Il padiglione nel bambuseto
Dinastia Tang・Wang Wei
Dinastia Tang・Wang Wei
独坐幽篁里,弹琴复长啸。 Siedo solo nel folto quieto dei bambù, suono il qin e poi emetto un lungo richiamo.
Nel bosco profondo nessuno sa di me, la luna luminosa viene a rischiararmi.
L'animazione mantiene la versione originale cinese.
L’animazione è pronta.
Siedo solo nel quieto boschetto di bambù, suono per un poco il qin, poi canto a piena voce.
Mi trovo nel bosco profondo e nessuno sa che sono qui; la luna luminosa, invece, sembra venire apposta accanto a me, posandomi addosso la sua luce limpida.
竹里馆: uno dei titoli dedicati ai luoghi di Wangchuan; questa poesia è inclusa nella 《辋川集》, «Raccolta di Wangchuan», di Wang Wei. Il titolo indica un luogo fra i bambù; la poesia non descrive una dimora sontuosa.
幽篁: bosco di bambù profondo e quieto. 篁, letto huáng, significa bosco di bambù.
复: di nuovo. 长啸: prolungare liberamente la voce in un lungo canto, come forma di espressione dei sentimenti; il carattere 啸 non va automaticamente inteso come un grido di terrore o un pianto doloroso.
深林: qui corrisponde a 幽篁 e indica ancora il bambuseto fitto e appartato. 人不知: nessun altro conosce o segue ciò che il protagonista fa nel bosco; non basta per concludere che sia stato abbandonato.
相照: illuminare me. Qui 相 indica una sola delle due parti, non una reciproca emissione di luce fra persona e luna; 来 conferisce invece al chiarore lunare il senso di una visita che offre compagnia.
Guida alla lettura: questa quartina di versi di cinque caratteri descrive soltanto un uomo seduto da solo nel bosco di bambù, intento a suonare il qin e a emettere lunghi richiami, sotto la luce della luna. Non racconta un viaggio né introduce visitatori. I suoni accrescono la quiete, facendo percepire un bosco più profondo, capace di accogliere le libere attività di una persona sola. Di fronte a «人不知», nessuno lo sa, non occorre inventare subito una vita dolorosa; nel verso seguente la luna viene a illuminarlo, e con una svolta lievissima la solitudine diventa un momento da godere serenamente.
Il “独” iniziale indica che la persona è sola, “幽” la qualità appartata dell’ambiente; insieme, però, non generano oppressione. Il suono del qin è delicato e misurato, il lungo richiamo vocale è ampio e disteso: raccoglimento ed espansione nascono entrambi dall’inclinazione del protagonista. La poesia non dice quale melodia suoni né perché intoni il lungo canto; omesse queste spiegazioni, i gesti appaiono naturali, senza bisogno di essere esibiti a uno spettatore.
Gli ultimi due versi accostano il fatto che nessuno sappia della sua presenza alla luna luminosa che viene a rischiararlo; l’essenziale è il tono sempre pacato. Preso da solo, il primo potrebbe far leggere la solitudine come abbandono; quando la luna «来», cioè «viene», la natura circostante acquista un’iniziativa affettuosa. Il poeta accoglie la luce limpida davanti a sé. Il chiarore lunare non diventa neppure un racconto soprannaturale: bambù, cetra, suoni e luce restano elementi dell’esperienza quotidiana. Le parole sono comuni, ma la risonanza nasce dagli spazi lasciati aperti: la poesia non impone al lettore tristezza o gioia, lascia semplicemente una figura sola nel bosco profondo, lascia risuonare i suoni e continuare a splendere la luna.
Dalla poesia, entra nella storia
Zhuo Qing torna al padiglione dei bambù per restituire il qin, e trova il maestro intento ad affilarle la spada. Lei vorrebbe scortare le merci di una carovana diretta a nord; lui le ha già scelto un posto sicuro come guardiana di una residenza in città, preparando persino il braciere per l'inverno. Può portare fuori dal bosco di bambù ciò che ha imparato in dieci anni, ma desidera ancora una lettera del maestro, perché gli sconosciuti si fidino un po' di più di lei; la luna scivola sulle corde del qin, e lei propone una sfida.
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