Rapsodia sulla dea del Luo
Tre Regni・Cao Zhi
Tre Regni・Cao Zhi
Nel terzo anno dell’era Huangchu mi recai a rendere omaggio nella capitale e, al ritorno, attraversai il Luo. Gli antichi dicevano che la dea di queste acque si chiamasse Fufei. Ispirato dal racconto della dea fatto da Song Yu al re di Chu, composi questa rapsodia, che recita:
Partii dalla regione della capitale per tornare al mio feudo orientale, lasciandomi alle spalle Yique, valicando Huanyuan, attraversando Tonggu e salendo sul monte Jing. Il sole declinava a occidente, il carro era provato e i cavalli stanchi. Allora fermai il carro sulla riva coperta di asaro, foraggiai i quattro cavalli nel campo di erba zhi, indugiai nel bosco di Yanglin e volsi lo sguardo al fiume Luo. Lo spirito fu scosso e turbato, e d’un tratto i pensieri si dispersero. A capo chino non avevo notato nulla; alzando gli occhi vidi uno spettacolo insolito. Scorsi una bella donna accanto a una rupe. Afferrai allora il cocchiere e gli dissi: “Hai visto quella persona? Chi è, per essere così splendida!” Il cocchiere rispose: “Ho sentito dire che la dea del Luo si chiama Fufei. Colei che Vostra Signoria ha visto non sarà forse lei? Che aspetto ha? Desidererei sentirvelo raccontare.”
Gli dissi: la sua figura è leggiadra come un’oca selvatica levatasi impaurita, sinuosa come un drago che nuota, splendente come crisantemi d’autunno, rigogliosa come pini di primavera. Appare vaga come la luna velata da nubi leggere, fluttua come neve turbinata dal vento. Vista da lontano, è luminosa come il sole che sorge fra le nubi dell’alba. Osservata da vicino, risplende come un loto che emerge dalle onde limpide. Pienezza e snellezza sono in perfetto equilibrio, l’altezza è armoniosa. Le spalle paiono scolpite, la vita un fascio di seta bianca. Il collo lungo e grazioso lascia scorgere la pelle candida; non vi sono aggiunti unguenti profumati né applicati cosmetici. L’acconciatura si leva alta come una nube, le lunghe sopracciglia s’incurvano sottili, le labbra vermiglie brillano all’esterno e i denti candidi splendono all’interno. Gli occhi luminosi sanno volgere lo sguardo, le fossette si raccolgono sotto gli zigomi; straordinaria e libera è la sua bellezza, quieto e composto il portamento. Teneri sono i sentimenti, aggraziati i modi, incantevoli le parole. Le vesti singolari non hanno pari al mondo, la figura corrisponde a quella dei dipinti. Indossa una splendida veste di seta e preziosi ornamenti di giada verde. Porta sul capo gioielli d’oro e piume di martin pescatore, e perle luminose le fanno risplendere il corpo. Calza scarpe yuanyou decorate, trascina un lieve orlo di seta simile a nebbia. Diffonde una tenue fragranza d’orchidea, indugiando presso il monte. Poi, d’un tratto, si muove libera, passeggia e gioca. A sinistra si appoggia alle insegne piumate, a destra la riparano stendardi d’osmanto. Protende i candidi polsi sulla riva divina e coglie il fungo nero dell’immortalità presso le rapide.
Il mio sentimento gioiva della sua bellezza virtuosa, ma il cuore era scosso e inquieto. Senza un buon intermediario che favorisse l’unione, affidai alle lievi onde le mie parole. Desideravo far giungere per primo il mio sentimento puro e sincero, e sciolsi il pendaglio di giada per invitarla. Ah, quanto era davvero bella quella donna, esperta di riti e conoscitrice della poesia! Sollevò una giada preziosa in risposta e indicò l’abisso delle acque per fissare l’incontro. Pur custodendo una devozione ardente e sincera, temevo che la divinità mi ingannasse. Ricordando la promessa tradita a Jiaofu, mi afflissero esitazione e dubbio. Ricomposi il volto sorridente e placai l’animo, rafforzando i limiti del rito per dominarmi.
Allora la dea del Luo si commosse e indugiò vagando. Il suo splendore divino si disperdeva e si ricomponeva, ora oscuro ora luminoso. Sollevava il corpo leggero, eretta come una gru, quasi sul punto di volare ma ancora immobile. Percorreva sentieri intensi di profumo di pepe, attraversava macchie di asaro diffondendone la fragranza. Levava un lungo canto per l’amore incessante, con voce dolente, acuta e sempre più prolungata. Le altre divinità accorsero in folla, chiamando amici e compagni. Alcune giocavano nelle acque limpide, altre volavano sugli isolotti divini. Alcune raccoglievano perle luminose, altre piume di martin pescatore. L’accompagnavano le due consorti dello Xiang meridionale, e teneva per mano la fanciulla delle rive dello Han. Sospirava per la Zucca senza compagno, cantava la solitudine del Bovaro. Sollevava la veste leggera e ondeggiante, si schermava con le lunghe maniche e restava a lungo in attesa. Il corpo era rapido come un’anatra in volo, sfuggente come uno spirito. Con passi lievi sfiorava le onde, e le calze di seta sollevavano polvere d’acqua. I movimenti non seguivano regola, ora precari ora tranquilli. Imprevedibili l’avanzare e il fermarsi, quasi partisse e quasi tornasse. Volgendo gli occhi, diffondeva luce, e il volto di giada splendeva luminoso. Tratteneva parole ancora inespresse, il respiro simile a un’orchidea nascosta. La grazia della sua bellezza mi faceva dimenticare il cibo.
Allora Pingyi trattenne il vento e Chuanhou placò le onde. Fengyi percosse il tamburo, Nüwa intonò un canto limpido. Pesci screziati si levarono a proteggere il cocchio, e al tintinnio delle campanelle di giada tutti partirono insieme. Sei draghi, le teste allineate, conducevano maestosi il carro di nubi. Balene guizzavano ai lati delle ruote, uccelli acquatici volavano di scorta. Superato l’isolotto a nord e il colle a sud, ella volse il candido collo, rivolse indietro il luminoso sguardo e, muovendo le labbra vermiglie, parlò lentamente dei principi che regolano la loro unione. Deplorava che uomini e dèi percorressero vie diverse, lamentava che il fiore degli anni non trovasse compimento. Alzò la manica di seta per celare il pianto, e le lacrime le scorsero copiose sul petto. Piangeva la fine eterna del felice incontro, soffriva di dover partire per un’altra dimora. Non potendo manifestare l’amore con tenere attenzioni, offrì luminosi orecchini del sud del fiume. Pur dimorando nascosta nelle profondità delle acque, avrebbe affidato per sempre il cuore al suo signore. D’un tratto non seppi più dove fosse andata; rimasi afflitto mentre la divinità svaniva e il suo splendore si oscurava.
Allora lasciai il basso e salii in alto: i piedi avanzavano, ma lo spirito restava. L’affetto indugiava nelle immagini, e mi volgevo indietro colmo d’angoscia. Sperando che la figura divina riapparisse, guidai una piccola barca controcorrente. Galleggiavo sul lungo fiume dimentico del ritorno, e il pensiero incessante accresceva il desiderio. Inquieto nella notte, non riuscivo a dormire; ricoperto di fitta brina, attesi l’alba. Ordinai al servo di preparare il carro: avrei ripreso la via verso est. Ma, afferrate le redini e alzata la frusta, indugiavo afflitto senza riuscire a partire.
L'animazione mantiene la versione originale cinese.
L’animazione è pronta.
Nel terzo anno dell’era Huangchu mi recai nella capitale a rendere omaggio e, al ritorno, attraversai il Luo. Gli antichi dicevano che la dea di queste acque si chiamasse Fufei. Ispirato dal racconto della dea fatto da Song Yu al re di Chu, composi questa rapsodia. Il testo recita:
Partii dalla capitale Luoyang per tornare verso est al mio feudo di Juancheng, lasciandomi alle spalle Yique, valicando Huanyuan, attraversando Tonggu e salendo sul monte Jing. Il sole stava ormai tramontando, il carro era provato e i cavalli stanchi. Così sganciai il carro su una riva coperta di asaro e foraggiai i cavalli in un campo dove cresceva l’erba zhi. Io passeggiavo nel bosco di Yanglin, lasciando spaziare lo sguardo sulle vaste acque del Luo. Senza accorgermene, entrai in uno stato di smarrimento e i pensieri si dispersero. A capo chino non avevo notato nulla; quando sollevai gli occhi, vidi uno spettacolo insolito: una donna di straordinaria bellezza stava accanto a una rupe. Non potei fare a meno di afferrare il cocchiere al mio fianco e dirgli: 「Hai visto quella persona? Chi è, per essere così splendida!」 Il cocchiere rispose: 「Ho sentito dire che la dea del fiume Luo si chiama Fufei; potrebbe dunque essere lei colei che Vostra Signoria ha visto! Che aspetto ha? Desidererei molto sentirvelo raccontare.」
Gli dissi: la sua figura è leggiadra come un’oca selvatica che si leva impaurita, sinuosa come un drago che nuota. Il volto risplende come un crisantemo sotto il sole autunnale, il corpo è rigoglioso come un pino verde nel vento di primavera. Appare e scompare come nubi leggere che velano la luna, fluttua incerta come neve turbinata da un vortice di vento. Vista da lontano è limpida e luminosa come il sole nascente fra le nubi dell’alba; osservata da vicino è fresca e splendida come un nuovo loto sbocciato fra onde chiare. Il corpo è armonioso, l’altezza ben proporzionata, le spalle strette come scolpite, la vita sottile come legata da un nastro; il grazioso collo lascia scorgere la pelle candida. Non usa né unguenti né cipria; l’acconciatura si leva alta come una nube, le lunghe sopracciglia sono sottili e arcuate, le labbra rosse e fresche, i denti candidi. Ha occhi scintillanti che sanno volgere lo sguardo e due dolci fossette sotto gli zigomi. La sua posa è elegante e affascinante, i gesti gentili e composti, l’atteggiamento tenero e mite, le parole appropriate e piacevoli. Gli abiti della dea del Luo sono di bellezza straordinaria e senza pari; il portamento e la figura corrispondono a quelli dei dipinti. Indossa una luminosa veste di seta e porta raffinati pendagli di giada. Sul capo ha gioielli d’oro, d’argento e piume di martin pescatore; perle luminose ne adornano il corpo scintillando. Ai piedi porta scarpe yuanyou decorate, e trascina un orlo sottile come nebbia; diffonde appena un puro profumo d’orchidea e indugia passeggiando presso il monte. D’un tratto si leva leggera, camminando e giocando; a sinistra si appoggia a un’insegna di piume variopinte, a destra uno stendardo d’osmanto le offre riparo. Sulla riva protende le mani candide e coglie presso l’acqua l’erba zhi nera.
Mi innamorai della sua bellezza virtuosa e, senza accorgermene, sentii il cuore oscillare inquieto. Non avendo un intermediario adatto che perorasse il mio amore, potevo soltanto affidare le parole alle lievi onde. Sperando di farle giungere prima degli altri il mio sentimento sincero, sciolsi il pendaglio di giada per invitarla. Ah, quanto era bella quella donna, esperta di riti e abile nel parlare! Sollevò una giada preziosa in risposta e indicò le acque profonde per fissare l’incontro. Pur animato da una devozione ardente e sincera, temevo che la dea mi ingannasse. Ricordando come una dea avesse mancato alla promessa fatta a Zheng Jiaofu, fui preso da malinconia, esitazione e dubbio; così ricomposi il volto, calmai lo spirito e mi trattenni entro i limiti del rito.
Allora la dea del Luo, profondamente commossa, indugiò vagando, mentre il suo splendore divino ora si disperdeva ora si ricomponeva, ora luminoso ora oscuro. Sollevava il corpo leggero come una gru eretta, quasi sul punto di volare ma ancora immobile; poi percorreva un sentiero intenso del profumo di pepe e attraversava macchie di asaro, diffondendone la fragranza. D’un tratto levava un lungo lamento malinconico, per esprimere il profondo desiderio, con una voce dolente e prolungata. Accorsero allora in folla le divinità, chiamando amici e compagni: alcune giocavano nelle acque limpide, altre volavano sugli isolotti prodigiosi, altre raccoglievano perle luminose, altre si chinavano a raccogliere piume di martin pescatore. Accanto alla dea stavano Ehuang e Nüying, le due consorti dello Xiang meridionale; ella teneva per mano la dea dello Han, sospirando per la stella della Zucca priva di compagno e cantando tristemente la solitudine del Bovaro. Ora sollevava la veste mossa dal vento e, schermandosi la luce con le lunghe maniche, scrutava lontano, immobile a lungo; ora si muoveva rapida come un’anatra in volo, fluttuando senza direzione certa. Camminava sulle onde, e gli spruzzi sollevati dalle calze di seta parevano polvere. I movimenti non seguivano regola, sembravano ora precari ora tranquilli; era impossibile prevedere se avanzasse o si fermasse, quasi partisse e quasi tornasse. Gli occhi mobili emanavano luce, il volto era radioso e luminoso; ancora prima di parlare, il suo respiro profumava d’orchidea. La bellezza della sua figura aggraziata mi faceva dimenticare il cibo.
Allora il dio del vento Pingyi trattenne la brezza serale, la divinità delle acque Chuanhou placò le onde, Fengyi fece risuonare il tamburo divino e Nüwa levò un canto limpido. Pesci screziati guizzanti proteggevano il cocchio della dea del Luo, mentre le divinità partivano insieme al tintinnio delle campanelle di giada. Sei draghi avanzavano con le teste allineate, conducendo placidamente il carro di nubi. Balene guizzavano ai due lati e uccelli acquatici volavano intorno di scorta. Il cocchio superò il banco di sabbia a nord e il colle a sud; la dea volse il candido collo e rivolse indietro il grazioso volto, schiuse appena le labbra vermiglie e illustrò lentamente i principi che regolavano la loro relazione. Deplorava soltanto la diversità fra uomini e dèi: pur essendo entrambi nel fiore degli anni, non potevano realizzare il proprio desiderio. Nel parlare sollevò la manica di seta per coprirsi il volto e pianse; le lacrime incessanti le bagnarono il petto. Piangeva la fine eterna del felice incontro: dopo quell’addio avrebbero abitato luoghi diversi. Non avendo potuto esprimere l’amore neppure con piccole tenerezze, poteva soltanto donare luminosi orecchini a ricordo perenne. Pur dimorando nelle profondità delle acque, avrebbe sempre pensato al suo signore. Finito di parlare, la dea scomparve senza che sapessi dove fosse andata; provai una profonda malinconia vedendo le divinità svanire d’un tratto, celando il loro splendore.
Allora lasciai il terreno basso e salii in alto; i piedi si spostavano, ma il cuore e lo spirito restavano là. Il sentimento persistente mi faceva immaginare di continuo l’incontro e il volto della dea; volgendomi a guardare indietro, mi sentivo ancora più avvolto dalla tristezza. Sperando con tutto me stesso che riapparisse, guidai senza badare ad altro una piccola barca controcorrente. Navigai sul lungo Luo fino a dimenticare il ritorno, mentre la nostalgia continuava ad accrescersi, incessante, tanto che per tutta la notte non riuscii a placarmi né a dormire, restando fino all’alba coperto di fitta brina. Infine dovetti ordinare al servo di preparare cavalli e carro e riprendere la via del ritorno verso est; ma, stringendo le redini e alzando la frusta per spronare, mi sentii di nuovo vuoto e afflitto, indugiando con rimpianto senza riuscire a partire.
黄初三年: terzo anno dell’era Huangchu di Cao Pi, imperatore Wen di Wei, corrispondente al 222 d.C. Il racconto iniziale spiega perché l’autore attraversò il Luo tornando al proprio feudo.
东藩: feudo dell’autore situato a est. 伊阙、轘辕、通谷、景山: nomi di passi, valli e altri luoghi nei dintorni di Luoyang, che scandiscono l’itinerario del ritorno.
宓妃: leggendaria dea del fiume Luo. 宋玉神女之事: la storia del re di Chu e della dea nelle rapsodie di Song Yu, tradizione letteraria a cui si ispira la concezione di quest’opera.
税驾: fermare il carro per riposare. 蘅皋: terreno rialzato sulla riva dove crescono erbe aromatiche. 秣驷: foraggiare i quattro cavalli del carro. 容与: procedere lentamente, indugiando. 流眄: volgere lo sguardo per osservare. 觌(dí): vedere.
惊鸿、游龙: similitudini che indicano rispettivamente la leggerezza dei gesti e la sinuosità della figura. 芙蕖: fiore di loto. 渌: limpido. 秾纤得衷: pienezza e snellezza in perfetto equilibrio. 修短: altezza. 约素: seta bianca legata in un fascio, immagine usata per descrivere la vita.
铅华: cipria e cosmetici per il trucco. 修眉联娟: lunghe sopracciglia sottili e arcuate. 靥辅: fossette sulle guance. 权: zigomi. 瓌 equivale a “瑰” e significa bello. 闲: elegante e composto.
珥: indossare orecchini. 瑶碧、华琚: giade preziose e ornamenti di giada. 远游: nome di una calzatura. 雾绡: tessuto di seta sottile e leggero come nebbia. 芳蔼: fragranza. 踟蹰: indugiare camminando lentamente.
采旄、桂旗: insegne cerimoniali ornate di piume variopinte e rami di osmanto. 攘皓腕: sollevare o protendere i candidi polsi. 浒: riva. 湍濑: rapide. 玄芝: fungo dell’immortalità della mitologia.
诚素: intenzione sincera e pura. 要(yāo): invitare, dare appuntamento. 信修: davvero bello. 琼珶: giada preziosa. 款实: sentimento sincero.
交甫: Zheng Jiaofu, che secondo la leggenda incontrò una dea dello Han e ricevette da lei un pendaglio di giada; poi scomparvero sia la dea sia il pendaglio. L’autore richiama la storia per esprimere dubbi e timori sulla durata di un incontro fra umano e divinità. 礼防: i vincoli delle norme rituali.
洛灵: dea del fiume Luo. 徙倚: indugiare vagando. 椒涂、蘅薄: sentieri profumati e macchie di erbe aromatiche. 杂遝: radunarsi numerosi. 俦、侣: compagni.
南湘之二妃: le leggendarie Ehuang e Nüying. 汉滨之游女: dea del fiume Han. 匏瓜、牵牛: nomi di stelle; qui la loro solitudine esprime il dolore della separazione.
轻袿(guī): veste femminile leggera e morbida. 翳: coprire. 延伫: restare in piedi a lungo. 飞凫: anatra selvatica in volo. 凌波: camminare sulle onde. 尘: qui la polvere è metafora dei lievi spruzzi d’acqua e descrive il passo della dea.
屏翳: nome di una divinità mitologica, qui preposta al vento. 川后: divinità delle acque. 冯夷: divinità fluviale. 女娲: dea della mitologia. 文鱼: pesci screziati. 玉鸾: campanelle del carro ornate di giada.
毂: mozzo della ruota, qui indica il carro. 沚: isolotto fluviale. 纡素领: volgere il candido collo. 清阳: luminosità dello sguardo e dei lineamenti. 袂: manica. 浪浪: descrive le lacrime che scorrono copiose.
明珰: orecchini di perle luminose. 太阴: la dimora nelle profondità delle acque. 神宵: la divinità scompare rapidamente; il verso descrive l’incertezza sulla destinazione della dea e lo svanire del suo splendore.
背下陵高: lasciare il terreno basso e salire in alto. 上溯: risalire la corrente. 耿耿: essere inquieto e non riuscire a dormire. 騑辔(fēi pèi): redini dei cavalli del carro. 抗策: sollevare la frusta. 盘桓: indugiare senza avanzare.
Nota di lettura: l’amore fra essere umano e divinità è una costruzione artistica della rapsodia; quest’opera, da sola, non consente di identificare la dea del Luo con una specifica donna realmente esistita.
La «Rapsodia sulla dea del Luo» è una celebre composizione in prosa ritmica di Cao Zhi, letterato del regno di Cao Wei nel periodo dei Tre Regni. Ispirandosi alla descrizione della dea del monte Wu nella «Rapsodia sulla dea» di Song Yu, autore dello Stato di Chu nel periodo degli Stati Combattenti, Cao Zhi narra il proprio incontro con la dea del Luo sulle rive del fiume, riprendendo numerosi elementi delle rapsodie di Song Yu sia nell’intreccio sia nella caratterizzazione dei personaggi. L’opera immagina l’incontro casuale dell’autore con la dea e il loro amore reciproco. La dea è di bellezza incomparabile e l’amore fra umano e divinità appare evanescente e misterioso; tuttavia, poiché uomini e dèi seguono vie diverse, l’unione è impossibile e il finale esprime tristezza e rimpianto senza fine. Il testo si può dividere approssimativamente in sei parti: nella prima, tornando da Luoyang al proprio feudo, l’autore vede la 「丽人」, la «bella donna» Fufei, in piedi sulla rupe; nella seconda descrive la bellezza del suo aspetto, del portamento e delle vesti; nella terza esprime il profondo amore per la dea, esperta di riti e abile nel parlare, e, pur avendole dichiarato sinceramente i propri sentimenti, donato un pegno e fissato un incontro, teme di essere ingannato; nella quarta descrive la dea commossa dalla sincerità del 「君王」, il «signore»; la quinta racchiude il significato più profondo dell’intera opera; la sesta descrive la nostalgia dell’autore dopo l’addio. L’intera rapsodia presenta uno stile sontuoso, descrizioni fini, ricca immaginazione e sentimenti teneri e persistenti, quasi alludesse a qualcosa di ulteriore.
Cao Zhi ottenne risultati straordinari sia nella poesia sia nelle rapsodie. Le sue composizioni ereditano la tradizione delle brevi rapsodie liriche delle due dinastie Han e assorbono lo spirito romantico dei «Canti di Chu», aprendo un nuovo orizzonte allo sviluppo del genere. La «Rapsodia sulla dea del Luo» è una delle sue opere più eminenti. Con procedimenti romantici e attraverso un mondo onirico, l’autore descrive l’amore sincero fra umano e divinità; tuttavia, poiché 「人神殊道」, «uomini e dèi seguono vie diverse», non possono unirsi e si separano nella malinconia.
L’opera comincia raccontando la partenza dalla capitale e il viaggio 「背伊阙,越轘辕,经通谷,陵景山」, ossia lasciandosi alle spalle Yique, valicando Huanyuan, attraversando Tonggu e salendo sul monte Jing, e descrive l’arrivo dell’autore e del seguito sulle rive del Luo. Allora 「日既西倾,车殆马烦」: il sole declinava a occidente, il carro era provato e i cavalli stanchi. Fermarono il carro sulla riva coperta di asaro, foraggiarono i cavalli nel campo di erba zhi, passeggiarono a Yanglin e rivolsero lo sguardo al Luo. In quell’atmosfera quieta, l’autore, assorto e smarrito, contemplava in lontananza le acque scintillanti. Proprio nell’istante in cui alzò casualmente il capo apparve il prodigio: una dea di grazia e bellezza straordinarie stava sulla rupe di fronte. Sbalordito, afferrò istintivamente il cocchiere accanto a sé e gli chiese con impazienza: 「尔有觌于彼者乎?彼何人斯,若此之艳也!」, cioè: «Hai visto quella persona? Chi è, per essere così splendida!» Qui il paesaggio incantevole fra monti e acque prima del tramonto mette in risalto la sorpresa felice della scoperta inattesa, creando un’atmosfera avvincente. Anche la risposta del cocchiere è abilissima: evita la prima domanda dell’autore, 「尔有觌于彼者乎」, «Hai visto quella persona?», e introduce solennemente Fufei, dea del Luo, con espressioni congetturali come 「臣闻」, «Ho sentito dire», e 「无乃」, «Non sarà forse». Così prepara intenzionalmente la successiva descrizione della dea e avvolge di mistero un incontro già singolare. Secondo la leggenda, Fufei era figlia dell’antico sovrano Fuxi e, annegata nel Luo, divenne una divinità delle acque. Qu Yuan menziona questa dea dell’antica tradizione sia nelle «Domande al Cielo» sia nel «Lisao». Più tardi Sima Xiangru e Zhang Heng la descrissero nelle loro rapsodie: 「若夫青琴宓妃之徒,绝殊离俗,妖冶娴都,靓妆刻饰,便环绰约。……芬芳沤郁,酷烈淑郁;皓齿灿烂,宜笑的皪;长眉连娟,微睇绵藐」, nella «Rapsodia sul parco Shanglin»: donne come Qingqin e Fufei, straordinarie e lontane dalla volgarità, seducenti e raffinate, splendidamente adornate e di grazia flessuosa; fragranze dense e penetranti, denti candidi che brillano nel sorriso, lunghe sopracciglia arcuate e sguardi lievi e profondi. Nella «Rapsodia sulla meditazione del mistero» si legge: 「载太华之玉女兮,召洛浦之宓妃。咸姣丽以蛊媚兮,增嫮眼而蛾眉。舒妙婧之纤腰兮,扬杂错之袿徽。离朱唇而微笑兮,颜的砾以遗光……」: conduce la Fanciulla di Giada del monte Taihua e chiama Fufei dalle rive del Luo; tutte incantano con la loro bellezza, gli occhi splendidi e le sopracciglia delicate, distendono esili vite e fanno ondeggiare vesti variopinte, schiudono le labbra vermiglie in un sorriso e irradiano luce dai volti. Diversamente da queste descrizioni dirette, l’opera presenta dapprima l’apparizione della dea attraverso una successione di similitudini vivide e insolite: 「其形也,翩若惊鸿,婉若游龙,荣曜秋菊,华茂春松。仿佛兮若轻云之蔽月,飘颻兮若流风之回雪。远而望之,皎若太阳升朝霞;迫而察之,灼若芙蓉出渌波。」 La figura è leggiadra come un’oca selvatica che si leva impaurita, sinuosa come un drago che nuota, splendente come crisantemi autunnali e rigogliosa come pini primaverili; appare velata come la luna da nubi leggere e fluttua come neve turbinata dal vento; da lontano risplende come il sole che sorge fra le nubi dell’alba, da vicino come un loto che emerge dalle acque limpide. La nitidezza delle immagini e la vivacità dei colori incalzano lo sguardo. In particolare, 「翩若惊鸿,婉若游龙」, «leggiadra come un’oca selvatica levatasi impaurita, sinuosa come un drago che nuota», rende mirabilmente la grazia spirituale del suo arrivo fluttuante. Questa similitudine, insieme a 「轻云之蔽月」, «nubi leggere che velano la luna», e 「流风之回雪」, «neve turbinata dal vento», comunica attraverso la postura un senso di leggerezza, libertà, movimento e grazia; invece 「秋菊」, «crisantemi autunnali», 「春松」, «pini primaverili», 「太阳升朝霞」, «il sole che sorge fra le nubi dell’alba», e 「芙蓉出渌波」, «il loto che emerge dalle onde limpide», trasmettono attraverso l’aspetto sensazioni cromatiche di luminosità, limpidezza, splendore e fascino. Movimento e colore si intrecciano e si permeano, tessendo uno spettacolo prodigioso di luce e riflessi che pone davanti agli occhi la bellezza suprema della dea. Forte dell’effetto artistico creato da queste similitudini ripetute, l’autore ricorre poi a tecniche tradizionali per delinearne minuziosamente il corpo, il volto, gli abiti e i gesti. La figlia di Fuxi ha proporzioni armoniose, spalle discendenti e vita sottile, una bellezza naturale che non richiede cosmetici; l’acconciatura simile a una nube, le lunghe sopracciglia, le labbra e i denti luminosi, gli occhi splendenti e le fossette appena accennate le danno un volto radioso. Le vesti di seta brillanti, le giade di verde intenso, le perle scintillanti e gli orli leggeri che ondeggiano ne accentuano ancora il carattere 「瓌姿艳逸,仪静体闲」: bellezza straordinaria e libera, portamento quieto e composto. Queste descrizioni richiamano l’elogio di Zhuang Jiang, moglie del duca Zhuang di Wei, nel «Libro delle Odi»: 「手如柔荑,肤如凝脂,领如蝤蛴,齿如瓠犀,螓首娥眉,巧笑倩兮,美目盼兮」, in «Arie di Wei · La donna maestosa»: mani tenere come germogli, pelle come grasso rappreso, collo come una candida larva, denti come semi di zucca, fronte ampia e sopracciglia arcuate, sorriso incantevole e begli occhi vivaci. Richiamano anche la lode della vicina orientale fatta da Song Yu nella «Rapsodia sulla lussuria di Dengtuzi»: 「增之一分则太长,减之一分则太短,著粉则太白,施朱则太赤」, «Un poco in più e sarebbe troppo alta, un poco in meno e sarebbe troppo bassa; con la cipria sarebbe troppo bianca, con il rosso troppo vermiglia». L’influenza di questi predecessori è evidente, ma l’autore dà maggior rilievo alla bellezza del personaggio in movimento. Insiste poi sui gesti spontanei e vivaci della dea: 「践远游之文履,曳雾绡之轻裾。微幽兰之芳蔼兮,步踟蹰于山隅。于是忽焉纵体,以遨以嬉。左倚采旄,右荫桂旗。攘皓腕于神浒兮,采湍濑之玄芝。」 Calza scarpe yuanyou decorate, trascina un lieve orlo di seta simile a nebbia, diffonde una tenue fragranza d’orchidea e indugia presso il monte; d’improvviso si muove liberamente, passeggia e gioca, con insegne piumate a sinistra e stendardi d’osmanto a destra, protende i candidi polsi sulla riva divina e coglie il fungo nero dell’immortalità presso le rapide. A questo punto la dea è delineata nel corpo e nello spirito, tanto viva da sembrare pronta a comparire. 「余情悦其淑美兮,心振荡而不怡」: affascinato dalla sua bellezza virtuosa, l’autore sente il cuore agitato e inquieto. Dapprima soffre perché non sa come comunicarle il proprio amore; poi 「愿诚素之先达」, desidera farle giungere per primo il proprio sincero sentimento, e 「解玉佩以要之」, scioglie il pendaglio di giada per invitarla. Dopo aver ricevuto la risposta di Fufei ed essersi affidato a 「执眷眷之款实」, una devozione ardente e sincera, ricorda però la leggenda del pendaglio perduto da Zheng Jiaofu sulle rive dello Han e dubita del suo 「指潜渊而为期」, indicare le acque profonde come luogo dell’appuntamento. Questi ripetuti mutamenti emotivi riflettono vividamente la sottile complessità del suo stato d’animo. Anche la dea ne è commossa. L’opera, tuttavia, non ne descrive direttamente i mutamenti interiori come fa per l’autore: attraverso una serie di azioni delineate con precisione esprime l’amore ardente che le sconvolge il cuore e l’intenso dolore per l’impossibilità di realizzarlo. Ella 「徙倚彷徨。神光离合,乍阴乍阳」: indugia e vaga, la luce divina si disperde e si ricompone, ora oscura ora luminosa. Ora solleva il corpo leggero come una gru in procinto di volare, ma ancora immobile; ora attraversa sentieri profumati di pepe e macchie di asaro, sollevando ondate di fragranza; ora leva un lungo lamento malinconico, nella cui voce risuona un profondo dolore d’amore… Quando il suo canto dolente richiama le altre divinità, che spensierate 「或戏清流,或翔神渚,或采明珠,或拾翠羽」, giocano nelle acque limpide, volano sugli isolotti divini, raccolgono perle o piume di martin pescatore, lei, pur accompagnata dalle due consorti dello Xiang meridionale e dalle fanciulle delle rive dello Han, non può evitare di 「叹匏瓜之无匹兮,咏牵牛之独处」, sospirare per la stella della Zucca senza compagno e cantare la solitudine della stella del Bovaro, restando assorta. Un istante dopo, simile a un rapido uccello acquatico, vaga leggera sulle vaste acque nebbiose, senza percorso certo. Soltanto gli occhi mobili e colmi d’affetto e le labbra sul punto di parlare sembrano confidare all’autore l’infinito attaccamento e il dolore che porta in cuore. La descrizione della dea che ora esita, ora canta a lungo, ora si ferma ad attendere, ora fluttua, somiglia a una scena di danza dalle emozioni intense e dalle pose aggraziate. Con passi mutevoli e ondeggianti, il personaggio manifesta amore, conflitto, malinconia e sofferenza. Soprattutto il passo 「体迅飞凫,飘忽若神。凌波微步,罗袜生尘。动无常则,若危若安。进止难期,若往若还」 porta questa danza al culmine: il corpo rapido come un’anatra in volo, l’apparizione sfuggente e divina, i piccoli passi sulle onde, gli spruzzi simili a polvere sollevati dalle calze di seta, i movimenti imprevedibili, ora precari ora tranquilli, quasi in partenza e quasi di ritorno, esprimono pienamente i conflitti interiori e le ondate emotive. Mentre l’autore e la dea si guardano in silenzio, entrambi riluttanti a separarsi, giunge infine il momento dell’addio. È una scena concepita con straordinaria fantasia e splendore: Pingyi trattiene il vento, Chuanhou placa le onde e, fra i tamburi di Fengyi e il canto di Nüwa, il carro di nubi trainato da sei draghi parte con Fufei, scortato da balene ai lati delle ruote e pesci prodigiosi accanto alle stanghe. Seduta sul carro che si allontana, la bellissima dea continua a voltarsi per confidare all’autore i sentimenti più intimi. 「悼良会之永绝兮,哀一逝而异乡」: piange la fine eterna del felice incontro e soffre perché, partita, sarà in un’altra dimora. Un dolore profondo avvolge questa immagine mitologica. Dopo aver enunciato i principi della loro relazione, 「恨人神之道殊兮,怨盛年之莫当」, deplorando che uomini e dèi seguano vie diverse e che il fiore degli anni non possa trovare compimento, la dea promette solennemente: 「虽潜处于太阴,长寄心于君王。」 Pur nascosta nelle profondità delle acque, affiderà per sempre il cuore al suo signore. Infine la sua splendida figura scompare nel crepuscolo sconfinato, mentre l’autore resta ancora sulla riva, fissando sconsolato la direzione in cui è svanita, come privato di qualcosa. Risale il fiume su una piccola barca, sperando di rivederne la graziosa figura. Ma le acque nebbiose e la notte interminabile rendono ancora più persistenti il sentimento e i pensieri. All’alba deve infine 「归乎东路」, riprendere la via del ritorno verso est, ma ancora 「揽騑辔以抗策,怅盘桓而不能去」: stringe le redini e alza la frusta, indugiando afflitto senza riuscire a partire. Questo brano trabocca di lirismo e possiede una forza capace di rapire l’anima, rendendo la figura della dea ancora più netta e compiuta nel cuore dei lettori.
Questa rapsodia ha tre caratteristiche principali. La prima è la ricchezza dell’immaginazione. L’autore parte dalla capitale Luoyang per tornare verso est al suo feudo di Juancheng. Durante il viaggio si ferma sulle rive del Luo per abbeverare i cavalli e, passeggiando a Yanglin, vede Fufei, dea del Luo: qui interviene l’immaginazione. La sua figura ondeggia leggera come un’oca selvatica levatasi in volo, è dolcemente sinuosa come un drago nell’acqua; in freschezza e splendore supera crisantemi autunnali e pini rigogliosi, è bella come le nubi dell’alba e pura come il loto, di fascino incomparabile. Egli se ne innamora, affida alle onde i propri sentimenti e offre un pendaglio di giada come pegno d’amore. Ma la sacralità e la purezza di lei gli impediscono di agire avventatamente. Infine la dea, commossa dalla sua sincerità, lo incontra e gli apre il cuore. Poiché però uomini e dèi seguono vie diverse, l’unione è impossibile e i due si separano con rimpianto. L’immaginazione è sfolgorante, il sentimento romantico e dolente permane lieve senza dissolversi, suscitando sospiri e sottili malinconie. Tuttavia questa immaginazione non è stravagante: la rapsodia nasce infatti dall’ispirazione della «Rapsodia sulla dea» e della «Rapsodia su Gaotang» di Song Yu.
La seconda caratteristica è uno stile sontuoso ma senza irrequietezza, pervaso da una freschezza che rinfranca lo spirito. Grande cura è dedicata ai parallelismi, alle simmetrie e alla musicalità; il linguaggio è ordinato, conciso, vivido e bello. Per scelta dei materiali e concezione, nessuna rapsodia Han la supera. Fin dall’inizio l’opera crea un’atmosfera in cui lo straordinario è racchiuso nell’ordinario. Il racconto iniziale, piano e semplice, ricorda l’avvio del viaggio in barca dell’uomo di Wuling nella «Memoria della sorgente dei fiori di pesco» di Tao Yuanming: nulla preannuncia il manifestarsi del mondo prodigioso. Ma in quell’istante l’autore assiste a una visione indimenticabile: compare una donna incantevole, la dea del Luo. Poi, quasi volesse rivaleggiare con la dea del monte Wu descritta da Song Yu, si dedica a ritrarne lo splendore spirituale, il bel volto e la sofferenza. Infine narra la partenza della dea alla guida delle altre divinità, ottenendo con mezzi diversi un effetto affine alla scena del protagonista che si allontana nel dolore nel «Lisao» di Qu Yuan.
La terza caratteristica è la vivacità delle descrizioni, sapientemente intrecciate a similitudini e contrasti di sfondo, con variazioni complesse ma appropriate. Ne deriva un senso di ampiezza senza pesantezza e di bellezza senza eccessi: sembra di contemplare un dipinto meraviglioso, i cui personaggi hanno carne e sangue e non suscitano alcuna sensazione d’irrealtà. Descrivendo il corpo, i lineamenti e le pose della dea, l’autore ne comunica una bellezza tale da far sprofondare i pesci e arrestare il volo delle oche. Vi si uniscono la freschezza e la nobiltà di 「清水出芙蓉,天然去雕饰」: «Un loto emerge dall’acqua limpida, naturalmente privo di ornamenti artificiosi». La descrizione dell’espressione della dea durante l’incontro fa sentire che la sua figura, piena di grazia, appare davanti agli occhi. Quanto alla separazione, leggiamo: 「屏翳收风,川后静波,冯来鸣鼓,女娲清歌。」 Pingyi trattiene il vento, Chuanhou placa le onde, Fenglai suona il tamburo e Nüwa canta con voce limpida. L’amore è tanto sincero e puro, tutto è così bello che, dopo l’addio, la persona parte ma il cuore resta, e il sentimento non si interrompe. La figura graziosa della dea e le scene del loro incontro e della reciproca comprensione rimangono nitide: romantiche e amare, turbano l’animo, che indugia presso il Luo senza avere il cuore di andarsene.
I predecessori hanno tributato altissime lodi al pensiero e ai risultati artistici della «Rapsodia sulla dea del Luo»: il segno più evidente è il frequente accostamento ai «Nove canti» di Qu Yuan e alle rapsodie di Song Yu, fra cui «La dea». In realtà, quest’opera di Cao Zhi riunisce le qualità di entrambe: possiede sia l’intenso lirismo del «Signore dello Xiang» e della «Signora dello Xiang», sia la raffinata rappresentazione della bellezza femminile delle rapsodie di Song Yu. Inoltre, la compiutezza dell’intreccio, la varietà delle tecniche e il fascino duraturo della forma presentano pregi che le opere precedenti non avevano raggiunto.
Dalla poesia, entra nella storia
Al crepuscolo, sui gradini di pietra del Luo, Shen Mi ritrovò la scarpetta rossa perduta da sua sorella diciassette anni prima. La suola era ancora tiepida, ma la donna che l'aveva portata stava sulla secca fangosa senza una goccia d'acqua sull'orlo della veste. Gli promise il tempo di un incontro, purché tornasse al vecchio edificio della chiusa e finisse di dire ciò che allora era rimasto in sospeso. Sull'altra riva, le finestre illuminate si accesero una dopo l'altra, e anche una vicenda sepolta dalle acque cominciò a ritrovare voci umane.
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