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Un volume tra le mani

Romanzo di vita quotidiana in ambientazione antica

Quella stanza esposta a sud

Ku Wuji · Creazione con IA · 11933 caratteri · circa 12 minuti

Solo dopo aver misurato la finestra, Xu Shen si accorse di non aver ancora chiesto l’affitto. Con un vaglio di riso spezzato fra le braccia, Fang Guiniang lo osservava dalla porta; aspettò che ritirasse il metro di bambù e rise per prima: erano già venute tre persone, la prima aveva sollevato il letto, la seconda aveva guardato il focolare, soltanto lui aveva chiesto anzitutto su quali mattoni cadesse il sole d’inverno.

“Mia madre ci vede poco,” disse Xu Shen. Appena pronunciate, quelle parole gli parvero aver già affittato la stanza per lei. Uscì ancora e si voltò a guardare il muro del cortile. Il sole del mese invernale era basso; al muro erano appese due stuoie sbiancate dai lavaggi, le cui estremità tagliavano in più parti una chiazza di luce calda. Per mettere il cestino del cucito sotto la finestra bisognava prima spostare il letto di mezzo chi verso l’interno; spostato il letto, non ci sarebbe più stato posto all’ingresso per il grande armadio della casa di montagna.

Fang Guiniang annunciò centoventi monete al mese, più una mensilità di deposito. Le dita di Xu Shen si fermarono sul metro, e lui non contrattò subito. In quella zona c’erano anche stanze da ottanta monete, affacciate sul pozzo, dove occorreva accendere la lampada anche a mezzogiorno. In quasi vent’anni aveva costruito molte finestre esposte a sud, alcune con griglie ornate, altre persino con due strati di carta; ora che toccava davvero a sua madre, doveva riflettere così a lungo davanti a quella finestra senza decorazioni.

“Fino all’inizio dell’ora shen, verso le tre del pomeriggio, prende sole; più tardi il sole passa oltre il muro.” Fang Guiniang posò il vaglio sul tavolino, “Se cerchi una stanza soleggiata tutto il giorno, io non ne ho.”

La sua franchezza, invece, rasserenò Xu Shen. Spinse aperta l’imposta: il perno cigolò appena, ma non era guasto. Lui lo tastò comunque, quasi volesse lasciare a qualcuno un appiglio per cercargli grane in futuro. Nell’angolo c’era un piccolo focolare, sufficiente a scaldare una zuppa; per cuocere una grande pentola di riso bisognava andare in cortile. L’acqua andava portata dal pozzo, sotto il portico davanti non si poteva ammucchiare legna, e di notte bisognava spegnere il fuoco grande quando non serviva. Mentre spiegava tutto questo, Fang Guiniang raddrizzò con un calcio lo sgabello malridotto messo di traverso sulla soglia; sotto comparve un paio di minuscole scarpe ricamate.

La nipotina se ne stava rannicchiata dietro la tenda della stanza davanti, stringendo una tortina di riso e fissando la sega alla cintura di Xu Shen. Lui spostò la sega dietro la schiena e si chinò per mostrarle un truciolo arrotolato. La bambina non lo prese: chiese soltanto se soffiandoci si potesse farlo suonare. Fang Guiniang le disse di entrare a mangiare, poi andò a prendere il contratto, lasciando Xu Shen a esaminare ancora la stanza. Lui provò allora il passaggio fra il letto e la bocca del focolare: allargando entrambe le braccia non arrivava a toccare i muri.

Nella casa di montagna in cui sua madre aveva vissuto gran parte della vita, bastava un passo per raggiungere il focolare e un altro per essere in cortile. La soglia era alta: d’inverno lei spesso si reggeva alla porta con una mano e con l’altra sollevava prima la propria gamba. Più volte lui aveva proposto di venirla a prendere, e lei aveva sempre risposto di aspettare il raccolto dei fagioli, che il cane giallo finisse la muta, che la pianta da orto presso il muro occidentale facesse i semi. Ora finalmente aveva mandato a dire che sarebbe partita il nono giorno, e lui temeva che, indugiando anche solo un poco, quella frase tornasse a trasformarsi in innumerevoli attese.

Era a metà del conteggio delle monete infilate nella corda quando Fang Guiniang gli fermò la mano: “Prima dimmi chi ci abita. Tua madre da sola, o vieni anche tu?”

“Lei sola. Io sto alla bottega dei Ren, in fondo alla via orientale.”

Solo allora Fang Guiniang prese il pennello. Non era una che passasse il tempo seduta a riscuotere affitti: nella stanza davanti bisognava anche pestare il riso, e nel cortile le giare dell’acqua, la legna e i recipienti delle verdure in salamoia delle tre famiglie si contendevano continuamente un angolo asciutto. Ogni volta che Xu Shen diceva che non importava, lei faceva un punto nell’angolo del foglio e ribatteva che le cose importanti andavano dette prima, per evitare che poi entrambi ne fossero scontenti. Lui la trovava un po’ prolissa, ma si annotò anche l’ora in cui la sera si chiudeva il portone del cortile.

Pagati deposito e affitto, scelse dalla corda qualche altra moneta per comprare carta con cui rivestire la finestra. Fang Guiniang se ne accorse e disse che la carta vecchia, pur non essendo nuova, riparava ancora dal vento: non c’era fretta. Xu Shen esitò, poi rimise giù la carta distesa e ne comprò soltanto un pezzetto per rattoppare bordi e angoli. Senza che sua madre fosse ancora entrata in quella stanza, lui le aveva già sostituito tante cose: non se n’era reso conto.

Tornò alla falegnameria dei Ren quando il pranzo stava per finire. Wei Ce era accovacciato sulla soglia e stava assottigliando una strisciolina di legno fino a lasciarne un bordo sottile; sentendo i passi, la nascose dietro il ginocchio. Xu Shen tese la mano, e il ragazzo gliela consegnò esitante. Era un pettinino da fissare fra i capelli: i denti non erano ancora stati segati, ma sul dorso aveva già levigato mezzo fiore.

“Hai finito il lavoro dei battenti?”

Wei Ce indicò il riparo sotto la tettoia. Le due tavole erano già assemblate, ma gli incastri non erano rifiniti; accanto era posato il lungo metro di Ren Quan. Si affrettò a dire che aveva fatto il pettine nel tempo libero dopo pranzo, poi si corresse da solo, ammettendo di aver cominciato un po’ prima. Xu Shen stava per rimproverarlo, ma vedendo quel fiore che non somigliava molto a un fiore sul dorso del pettine, ricordò d’un tratto che anche lui, il primo anno in bottega, aveva sottratto un pezzetto di legno buono soltanto per intagliare un astuccio da cucito per sua madre. Alla fine non era riuscito a farlo rotondo, e il maestro l’aveva segato in due per farne spessori sotto le gambe del tavolo.

Non confiscò il pettine: disse soltanto a Wei Ce di spazzare prima i trucioli. Ren Quan uscì dalla stanza interna con una ciotola di zuppa avanzata e osservò che Xu Shen, per affittare una stanza, pareva dovesse concludere un grande affare: era mancato tutta la mattina. Xu Shen disse che l’ottavo e il nono giorno doveva salire in montagna a prendere una persona; le palpebre di Ren Quan si abbassarono, e smise anche di bere la zuppa.

In bottega si accavallavano due lavori: la porta nuova della farmacia Ji’an e le griglie delle finestre di una casa della via settentrionale. La farmacia voleva la porta montata prima del solstizio d’inverno, e il cliente l’aveva già ricordato due volte; in assenza di Xu Shen, Wei Ce osava soltanto assemblare le assi, senza toccare quei due lunghi pezzi di legno. Ren Quan posò la ciotola sul banco, e le gocce d’unto sul bordo lasciarono un cerchio. Non gli vietò di partire: chiese soltanto se intendesse riscuotere la paga anche per quei due giorni.

“Questi due giorni non contarli,” disse Xu Shen, “Al ritorno recupererò il lavoro dei battenti.”

Pensava che la questione fosse chiusa, ma Ren Quan aggiunse che dopo il trasloco ci sarebbero stati il letto da sistemare, il focolare da predisporre, la prima notte in cui l’anziana non sarebbe riuscita a dormire nel posto nuovo: quanti altri periodi di due giorni sarebbero serviti? Wei Ce abbassò la testa e spazzò per la terza volta lo stesso punto. Udendo il fruscio della scopa sul pavimento, Xu Shen capì che le parole del maestro forse non erano soltanto durezza. In tutti quegli anni di lavoro per la bottega, anche lui aveva temuto soprattutto chi prometteva una consegna e poi, alla data stabilita, non aveva nulla da mostrare.

Alla fine concordarono che sarebbe tornato il decimo giorno. Ren Quan gli permise di portare la propria pialla, lo scalpello e la piccola sega; il lungo trapano della bottega doveva restare, e incaricò Wei Ce di riconoscere bene quali attrezzi appartenessero a tutti. Avvolgendo gli utensili uno per uno, Xu Shen si accorse che tutti i suoi averi non erano molto più consistenti di quel pettinino dai denti ancora da segare. Aveva creduto che, dopo aver riparato tante porte altrui, la sua vita avesse ormai un telaio solido; ma ora che sua madre stava davvero per venire in città, quel telaio andava rimisurato in ogni punto.

Nel pomeriggio, portando il legname alla farmacia, fece apposta una deviazione passando dall’imbocco del vicolo Nanhuai. Nella bottega Ji’an qualcuno setacciava radici secche; investito dall’odore medicinale, ricordò il vecchio panno sulle ginocchia di sua madre, che da anni non tornava pulito nonostante i lavaggi. Accanto alla porta, Zhou Tong stava indicando a uno scalpellino dove spostare una pietra da gradino; diceva che davanti all’ingresso si accumulava facilmente acqua e che, tornato il bel tempo, avrebbero dovuto rialzare ancora il livello. Disse a Xu Shen di mettere per il momento il legname della porta nel cortile sul retro, senza lasciarlo lungo la strada. Xu Shen guardò il mucchio di pietre e avrebbe voluto chiedere di quanto intendessero rialzarlo, ma un cliente all’interno aveva già chiamato via Zhou Tong.

Sistemato il legname della porta sotto la tettoia, aggiunse un tratto accanto al vecchio segno, pensando di chiedere ancora al ritorno. Zhou Tong lo raggiunse di corsa per pregarlo di portare un messaggio alla bottega del legname, che era sulla sua strada: l’uomo che doveva consegnare i recipienti vuoti da Gaopu non era ancora arrivato; se avesse tardato qualche giorno, per il momento non chiudessero definitivamente le casse ammucchiate presso la porta sul retro. Xu Shen acconsentì senza chiedere di chi si trattasse. Ogni giorno a Qinglan andavano e venivano tanti portatori; prima lui ricordava soltanto quali carichi avessero ostruito la porta da montare, mai i volti sotto quei carichi.

Di fronte, dall’altra parte della strada, un venditore di focacce conosceva gli uomini della bottega dei Ren. Vedendo che non aveva fretta di andarsene, gli chiese se avrebbe fatto da solo la porta nuova. Xu Shen avrebbe potuto dire che ne stavano ancora discutendo, ma la bocca aveva già risposto di sì. Il venditore alzò la voce e disse che bene, in futuro si sarebbe rivolto anche lui al maestro Xu. Quelle parole, maestro Xu, gli fecero sentire i piedi ben piantati a terra; prese una focaccia spaccata dalla cottura e si guardò bene dal chiedere qualche moneta di sconto. Soltanto dopo aver superato due botteghe ricordò che non gli era mai piaciuto che qualcuno spendesse di più per un semplice appellativo.

Spezzò il pane, e il vapore gli investì le ciglia. Un tempo sua madre lo portava al mercato; se incontravano una donna più anziana di lei che lodava la sua abilità manuale, per tutto il pomeriggio non aveva più il cuore di fargli portare il cesto pesante. Più tardi, quando in casa mancò il denaro, usò quella lode per convincerlo ad andare in città a imparare il mestiere di falegname. Lui diceva di non ricordarsene, ma ricordava persino il punto sulla manica della donna dove mancava un bottone. Se l’appellativo di maestro Xu ricevuto quel giorno fosse arrivato in montagna, sua madre probabilmente l’avrebbe ripetuto più volte a zia Liu.

Uscendo dalla bottega, vide che dal carro di Shi Yan stavano scaricando canne. Il carrettiere aveva le redini avvolte al polso e una vecchia cicatrice sul dorso della mano; il bue muoveva il muso cercando di raggiungere gli avanzi di verdura accanto alla porta. Xu Shen contrattò con lui il trasporto per il nono giorno: ottanta monete, venti in anticipo. Shi Yan non volle promettere troppo: se il passo fosse stato chiuso, il carro non sarebbe salito; una strada percorribile a piedi non era necessariamente adatta a un carro. Accarezzandone la stanga, disse che, con un’anziana a bordo, neppure la fretta poteva far correre il bue.

Xu Shen chiese ancora se si potesse stendere un altro strato di paglia. Shi Yan disse che la paglia c’era, e anche le corde; se portavano giare e recipienti, bisognava separarli con vecchi vestiti, per non arrivare in città con un carro pieno soltanto del rumore di cocci. Nel tirar fuori il denaro, Xu Shen sorrise all’improvviso: anche quella saliera crepata che sua madre sosteneva fosse ancora buona era, in fondo, un oggetto a cui trovare posto sul carro. Aveva pensato di andare a prendere soltanto una persona; ora doveva portare giù dalla montagna anche le cose che per anni lei aveva avuto a portata di mano.

Al crepuscolo, riposte le seghe in bottega, Wei Ce portò il pettinino al pozzo per sciacquarlo. Al fiore sul dorso mancava un petalo: a guardarlo, somigliava piuttosto a un uccello con una zampa storta. Xu Shen gli passò uno spago di canapa in un forellino e gli disse di non regalare un pettine appena oliato. Wei Ce arrossì e disse che era per sua sorella, non per qualcun’altra. Lo ripeté due volte, e Xu Shen non fece altre domande.

Wei Ce chiese se nella stanza in città ci fosse posto per il grande armadio della casa di montagna. Xu Shen ne indicò la larghezza con le mani; il ragazzo lo imitò, e quando non riuscì più ad allargare le braccia disse ridendo che allora bastava tagliarne un’estremità. Xu Shen lo rimproverò perché sapeva soltanto rovinare le cose, poi rise anche lui. Aveva riflettuto per mezza giornata sotto quella finestra, eppure non aveva ancora chiesto a sua madre se volesse portare davvero l’armadio o soltanto qualche piccolo oggetto al suo interno.

Calata la notte, Ren Quan chiuse la porta della bottega e Xu Shen si coricò sulla corta branda del deposito del legname. La sacca degli attrezzi era ai suoi piedi, la trapunta per sua madre arrotolata dietro la porta. Si girò, facendo scricchiolare il legno della branda, e d’un tratto desiderò sapere se l’indomani, al suo ritorno a casa, il cane giallo avrebbe sentito prima i suoi passi o l’odore del riso di città sulla trapunta. Il vento si infilò nella fessura della porta e mosse per lui un lembo di carta sottile che sporgeva dalla sacca. Era carta avanzata accanto alla finestra della stanza a sud; la neve non era ancora caduta, e lui già non voleva che prendesse umidità.

· Fine del capitolo ·

Questo libro è un’opera originale scritta con l’assistenza dell’IA, ampliando «Sorpreso dalla neve, pernottando dal padrone di casa sul monte Furong» di Liu Changqing e il racconto originale del sito «Una porta aperta nella notte di neve». Personaggi, città di distretto, itinerari e vicende sono interamente inventati in un’ambientazione immaginaria ispirata all’epoca Tang; non si tratta di una traduzione della poesia né di una biografia del poeta.

Indice del libro · 36 capitoli
  1. Quella stanza esposta a sud
  2. La neve fino alla soglia
  3. La terza scodella
  4. Prima che il battente cadesse
  5. Caratteri neri al bivio
  6. Alla porta della città, nel pomeriggio
  7. Il fuoco preso in prestito in cortile
  8. Una porta di pari valore
  9. Nessuno bussò alla porta a mezzogiorno
  10. Il cartello voltato dall’altra parte
  11. Due mani accanto al cesto da cucito
  12. L’acqua della neve s’infiltra nella parete sud
  13. Un posto al ritorno al villaggio
  14. Una tacca saltata sul righello
  15. La mano sotto la porta
  16. Le parole che sua madre disse per lui
  17. Il legname per le porte accatastato nella tettoia del tè
  18. La scorciatoia dove il carro non passa
  19. Il cortile di chi?
  20. Un carico, due corde
  21. Daxiu ha portato via la pentola
  22. Lo sgabello su cui nessuno si sedette
  23. Chi aveva promesso la vecchia casa
  24. Mettere la porta nuova sotto la pioggia
  25. La stanza ancora da lasciare
  26. Il pettine rimasto in falegnameria
  27. Sul cartello non c'è il nome di nessuno
  28. Una stanza calda non è una medicina
  29. Quell’invito prima della Festa delle barche drago
  30. Il cestino da cucito che non fu venduto
  31. Il chiosco del tè trova il suo ritmo
  32. Quel conto di legname in montagna
  33. Da chi prendere il bilanciere
  34. Una pentola di riso da mangiare ancora caldo
  35. Riparare la porta per chi la usa
  36. Fin dove è sceso il sole

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