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Un volume tra le mani

Romanzo di vita quotidiana in ambientazione antica

Una stanza calda non è una medicina

Ku Wuji · Creazione con IA · 10732 caratteri · circa 11 minuti

I cipollotti sotto la finestra a sud erano cresciuti di mezzo dito. A-Sui li aveva annaffiati una volta al mattino e nel pomeriggio tastò di nuovo il fondo del vaso. La terra era ancora umida. Si trattenne dall’aggiungere acqua e si sedette da parte ad aspettare Gu Qin. Due giorni prima si erano dette che, se il tempo fosse stato bello, sarebbero andate insieme al fiume a vedere il nuovo teatro ambulante. Si cambiò le scarpe con un paio dalla suola morbida, si avvolse bene il ginocchio per tenerlo al caldo e si infilò per tempo perfino il borsellino nella manica. Il sole passò oltre il muro, ma fuori dal portone del cortile non si udiva ancora alcun passo.

Uscì a guardare due volte. Fang Xiao le chiese se stesse aspettando Xu Shen. Lei rispose di no, con una punta d'orgoglio nella voce di cui neppure si accorse. Il bambino fece «ah» e riprese a punzecchiare con un bastone il formicaio nel terreno. A Sui rimase all'imbocco del vicolo; il vento di primavera le entrò nel colletto e si rese conto all'improvviso che, più ancora di quando aspettava il ritorno del figlio, non sapeva dove mettere le mani.

Gu Qin arrivò nel pomeriggio con due fasci di ritagli di stoffa invenduti in spalla. In riva al fiume aveva incontrato un cliente abituale e si era affrettata ad abbinargli del filo. Poi aveva impiegato un bel po’ a scegliere per un anziano dello spago da rammendare le reti. Si era ricordata dell’appuntamento solo al momento di chiudere il banco. A-Sui voleva dire che non importava, ma quando aprì bocca le uscì: «Potevi farmelo dire che non venivi». Gu Qin, asciugandosi il sudore, rimase un attimo interdetta. Disse prima che se n’era dimenticata, poi chiese se ci andavano ancora.

D’un tratto A-Sui non seppe più che farsene di quel po’ di rabbia. Pensava che Gu Qin avrebbe detto che non poteva lasciare il banco e ne avrebbe approfittato per rimandare l’uscita. Lei allora avrebbe potuto dire che non ci teneva. Invece Gu Qin posò le stoffe nella cesta che Guiniang le aveva prestato, si raddrizzò e aspettò che prendesse il bastone. Uscirono dal vicolo. Da dietro Fang Xiao gridò di non dimenticarsi di guardare se qualcuno faceva la scimmia. Gu Qin si voltò a dire che la scimmia non aveva voluto e quel giorno avrebbero fatto le persone.

Il teatrino era piccolo, con poche canne di bambù a delimitare uno spiazzo. La commedia parlava di due fratelli che si dividevano i beni di famiglia. Alla vecchia madre era rimasta una giara vuota, che nessuno dei due voleva. Quando sentirono dire che poteva contenere dell’argento, fecero a gara per portarsela via. A Sui aggrottò la fronte e disse che non si erano mai visti figli tanto sciocchi. Bastava scuotere la giara per capire se c’era dell’argento. Gu Qin disse che a teatro i personaggi erano sempre un passo indietro rispetto a chi guardava. Altrimenti, che cosa ci sarebbe stato da recitare?

Sul palco la vecchia madre scosse davvero la giara. Dentro si sentì un gran fruscio e i due figli si inginocchiarono ad abbracciarle le gambe. Dalla giara uscirono invece fagioli secchi e il pubblico tutt’intorno scoppiò a ridere. Rise anche A-Sui. Ridendo, ripensò alla trave della vecchia casa e sentì qualcosa stringerle appena il petto. Si tastò la manica. Il borsellino era al suo posto, ben saldo. Non c’erano giare, né nessuno in ginocchio a contendersele.

Accanto alla tettoia del teatro c’era un banchetto di uccellini modellati con la pasta di farina. Ad A-Sui ne piacque uno con la testa di traverso e chiese se si potesse averlo con le ali di un rosso meno acceso. Il bambino che vendeva gli uccellini gliene porse un altro e Gu Qin la prese in giro chiedendole se lo comprava per farlo vedere a Huangdou. Appena il cane avesse sentito l’odore della farina, gli avrebbe mangiato mezza testa. Solo allora A-Sui restituì l’uccellino, dicendo che pensava di darlo a Fang Xiao. In cuor suo sapeva bene che Fang Xiao non l’aveva mai visto e che era stata solo lei a restare così a lungo a guardare quei due uccellini.

Sul palco l’attore che faceva il figlio minore dimenticò di colpo la battuta e chiese alla vecchia madre di andare avanti. L’attrice che faceva la madre strinse la giara tra le braccia e, imitando la voce di una vecchietta, disse che era ormai troppo anziana per ricordare e chiese al figlio a che punto fosse arrivato. Il pubblico rise di nuovo. Anche il figlio minore scoppiò a ridere, uscì dalla parte e per un bel pezzo, tenendosi la pancia, non riuscì più a cantare. A-Sui rise tanto da battersi il ginocchio. Colpì il punto dolente e tirò il fiato di colpo. Gu Qin si affrettò a sorreggerla, ma lei la trattenne e disse di aspettare almeno la fine dell’atto.

Lo spettacolo non era ancora finito quando Gu Qin dovette tornare al banco. Quel giorno aveva venduto poco e, se si fosse presa libero anche il pomeriggio, dopodomani per comprare gli aghi avrebbe dovuto intaccare il capitale. Ad A-Sui dispiacque un poco, ma non tornò a dire che ormai erano arrivate fin lì. Camminarono insieme fino al ponte, poi Gu Qin andò a est e lei a ovest. Sul fiume c’era una barchetta carica di giare. Il barcaiolo spostava quelle vuote, una contro l’altra, e il rumore pareva quello di un gruppo di persone che tossivano piano.

A Sui proseguì lungo il fiume per un altro mezzo isolato e vide un venditore di ritagli di stoffa. Ne scelse uno blu, più chiaro della casacca invernale di Xu Shen e più vivo della vecchia pezzuola porta-aghi. Lo misurò ed era giusto quanto bastava per rifare due polsini. Diciotto wen. Lei ne offrì diciassette e il venditore rifiutò, scuotendo il ritaglio per mostrarle la cimosa intatta all’interno. Insistette ancora un bel po’, poi pagò il prezzo richiesto. Con la stoffa in mano sentì il viso scaldarsi più di quanto le fosse successo poco prima a teatro.

Quando tornò all’imbocco del vicolo, Xu Shen la stava già cercando. Quel giorno aveva finito presto le ante di un armadio per una famiglia ed era rincasato. Non vedendo il bastone della madre, aveva pensato che il ginocchio le facesse di nuovo male e che fosse andata da sola alla farmacia. A-Sui alzò la stoffa azzurra perché la vedesse. Lui guardò prima il fango che aveva ai piedi e disse che in riva al fiume tirava un gran vento. Come mai non l’aveva accompagnata nessuno?

«Nessuno mi ha lasciata lì», disse. Xu Shen rimase interdetto. A Sui si infilò la stoffa in seno e varcò da sé la soglia. Il ginocchio le faceva davvero male, perché era rimasta a lungo in piedi a guardare lo spettacolo. A metà del passo dovette reggersi alla porta. Xu Shen le tese la mano e lei non la respinse. Una volta seduta al sicuro, tirò comunque fuori la stoffa e gliela spiegò davanti.

Xu Shen disse che il colore era bello. La madre chiese se per dei polsini non fosse troppo vivace. Lui disse di no, poi aggiunse subito che andava bene se piaceva a lei. A Sui gli lanciò un’occhiata, infastidita da quel tono da commesso che cerca di vendere una stoffa. Gli rivoltò il polsino della vecchia veste per farglielo vedere. Dove si era consumato c’era uno strato sopra l’altro. Un tempo si poteva aggiungere un’altra toppa, ormai sembrava di portare due anelli rigidi ai polsi.

Quella sera il ginocchio le si gonfiò più del giorno prima. Xu Shen scaldò l’acqua e continuò a cambiarle le pezze calde. Si raffreddavano in fretta e anche a lui le mani si fecero bianche a forza di stare a mollo. Temendo che le dicesse di nuovo che non sarebbe dovuta uscire, A Sui disse per prima che quel giorno aveva camminato poco e che era stato lo spettacolo a durare troppo. Xu Shen sedeva sul bordo del letto e guardava la suola della vecchia scarpa della madre, consumata di traverso da un lato. Non rispose. In cortile Fang Xiao chiese se alla fine la scimmia avesse cantato e, a sentirla, sua madre fu la prima a scoppiare a ridere.

Il giorno dopo il medico Qi ripeté che era il solito male. Una stanza calda aiutava a prendere meno freddo, ma non poteva riparare d’un colpo l’usura di tanti anni. Fang Guiniang disse che anche sua sorella maggiore era così, tre giorni bene e due male, e che era meglio non andare lontano al primo miglioramento. A Sui, che più di tutto aveva sempre temuto di essere messa nel novero dei malati, ora stringeva due dosi di rimedio da dodici wen e si sentì d’un tratto soltanto stanca, senza la forza di ribattere.

Du Yin le lavò la stoffa nuova e la stese al riparo dal vento. A Sui disse che i polsini li avrebbe fatti lei, senza far perdere tempo a nessuno. Du Yin le prestò le forbici e le diede anche un ago a cruna larga, lasciandole il lavoro in mano. A Sui provò due volte a infilare il filo sottile. Poi passò al filo grosso che Chen Sheng le aveva infilato la notte della neve. Al terzo punto il filo accanto alla cruna era già tutto sfilacciato.

Fuori dalla finestra la luce del sole avanzava a poco a poco. Tagliò prima il polsino destro, poi il sinistro, e lo tagliò alla rovescia. Quando sovrappose i due pezzi, sul lato già stretto mancava mezzo dito di stoffa. Era impossibile montarli uguali. Rimase seduta a lungo, poi sfilò il filo, restrinse un poco anche il destro e sacrificò una striscia blu. Quel colore l’aveva scelto lei, e ora toccava a lei guardarlo cadere sotto le forbici.

Du Yin le lasciò un piattino di germogli di soia conditi. Asui li assaggiò e trovò che ci fosse troppo aceto. Du Yin ne prese un boccone con le bacchette e disse che a lei piacevano proprio così. Se ne divisero metà ciascuna nella propria scodella e Asui aggiunse un cucchiaino d’acqua tiepida per attenuare il sapore. Stava per dire alla giovane che avrebbe dovuto mangiare meno roba acida, poi ci ripensò, indicò il bordo della stoffa e chiese se non convenisse lasciare spazio per altri due punti. Du Yin sovrappose le due maniche per mostrargliele, senza cogliere l’occasione per respingerle il piattino di germogli.

La sera Xu Shen rientrò, vide il tavolo pieno di fili e fece per avvicinare la lampada. Lei alzò la testa e gli chiese se volesse di nuovo fare il lavoro al posto suo. Lui rispose che il falegname non aveva ancora imparato a cucire maniche. A Sui lo prese in giro ricordandogli che da piccolo, quando gli si era strappato il cavallo dei pantaloni, lo aveva legato con uno spago come fosse un sacchettino. Ripensarono a quei tempi e nessuno dei due riusciva più a smettere di ridere. A lei vennero le lacrime e alzò la mano per strofinarsi gli occhi, ma il figlio la fermò in fretta. Teneva ancora l’ago fra le dita.

I polsini non erano pari. Quando provò la veste e alzò la destra, da quella parte la stoffa azzurra spuntò un filo più che a sinistra. Du Yin disse che si poteva correggere. A Sui ci pensò e disse di lasciarli così per il momento. Fang Xiao le girava attorno ripetendo quanto fossero belle le maniche nuove. Poi chiese se poteva avere la strisciolina azzurra avanzata per fare un collare al gatto che aveva disegnato per terra. A Sui ne tenne un pezzetto e le diede il resto. La bambina fu felice come se avesse avuto un gatto vero.

Due giorni dopo il ginocchio si era sgonfiato, ma A Sui non andò subito al fiume. Tenne il piede su uno sgabello basso e sentì Gu Qin chiamarla da fuori. Stavolta Gu Qin andava a rifornirsi di aghi, disse che sarebbe tornata nel giro di un’ora e le chiese se voleva darle i soldi per prenderne uno. A Sui rispose che a casa ne aveva ancora abbastanza. Le chiese invece se al ritorno poteva dirle se il teatrino vicino al ponte si fosse spostato. Gu Qin disse di sì e si allontanò di buon passo, con le scarpe di tela che battevano sulle pietre.

A Sui si sedette sotto la finestra, guardando le foglie delle cipolle, metà al sole e metà all’ombra. Prima aveva sempre pensato che, una volta trasferita in città, con una casa più calda sarebbero migliorate anche le ginocchia. Adesso il caldo era reale, e lo era anche il dolore. Quando il figlio non era nella stanza, non aveva un solo pollice di posto per sedersi meno degli altri; soltanto, al calare del sole doveva ancora essere lei a riportare indietro quella gamba per prima.

A mezzogiorno Xu Shen le aveva portato una scodellina di riso con un po’ di verdura. Uscendo aveva detto che forse quella sera sarebbe andato dai Liu a sgomberare gli ultimi scarti di legno. Lei aveva detto di sì, ma al calare della sera coprì il riso per abitudine, senza voler cominciare a mangiare. Il polsino blu, appoggiato al bordo della scodella, si scurì appena col vapore. A-Sui ripensò all’orcio vuoto dei fagioli nella commedia. D’un tratto scostò con le bacchette il panno che faceva da coperchio, mangiò solo due bocconi e ricoprì tutto.

Huangdou dormiva accovacciato nella luce della finestra, con la punta del naso che gli fremeva. Quel giorno non aveva finito di mangiare e sul fondo della ciotola la pappa di riso avanzata faceva piano piano la pellicina. A Sui scostò un poco la ciotola perché non attirasse le formiche e gli accarezzò il pelo dietro l’orecchio. Lui aprì gli occhi e la guardò. Aveva un velo leggero di grigio sulle pupille, ma riconobbe ancora quella mano e appoggiò il mento sulla manica blu appena cucita. Lei lo lasciò lì.

· Fine del capitolo ·

Questo libro è un’opera originale scritta con l’assistenza dell’IA, ampliando «Sorpreso dalla neve, pernottando dal padrone di casa sul monte Furong» di Liu Changqing e il racconto originale del sito «Una porta aperta nella notte di neve». Personaggi, città di distretto, itinerari e vicende sono interamente inventati in un’ambientazione immaginaria ispirata all’epoca Tang; non si tratta di una traduzione della poesia né di una biografia del poeta.

Indice del libro · 36 capitoli
  1. Quella stanza esposta a sud
  2. La neve fino alla soglia
  3. La terza scodella
  4. Prima che il battente cadesse
  5. Caratteri neri al bivio
  6. Alla porta della città, nel pomeriggio
  7. Il fuoco preso in prestito in cortile
  8. Una porta di pari valore
  9. Nessuno bussò alla porta a mezzogiorno
  10. Il cartello voltato dall’altra parte
  11. Due mani accanto al cesto da cucito
  12. L’acqua della neve s’infiltra nella parete sud
  13. Un posto al ritorno al villaggio
  14. Una tacca saltata sul righello
  15. La mano sotto la porta
  16. Le parole che sua madre disse per lui
  17. Il legname per le porte accatastato nella tettoia del tè
  18. La scorciatoia dove il carro non passa
  19. Il cortile di chi?
  20. Un carico, due corde
  21. Daxiu ha portato via la pentola
  22. Lo sgabello su cui nessuno si sedette
  23. Chi aveva promesso la vecchia casa
  24. Mettere la porta nuova sotto la pioggia
  25. La stanza ancora da lasciare
  26. Il pettine rimasto in falegnameria
  27. Sul cartello non c'è il nome di nessuno
  28. Una stanza calda non è una medicina
  29. Quell’invito prima della Festa delle barche drago
  30. Il cestino da cucito che non fu venduto
  31. Il chiosco del tè trova il suo ritmo
  32. Quel conto di legname in montagna
  33. Da chi prendere il bilanciere
  34. Una pentola di riso da mangiare ancora caldo
  35. Riparare la porta per chi la usa
  36. Fin dove è sceso il sole

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