Romanzo di vita quotidiana in ambientazione antica
Una porta di pari valore
Ku Wuji · Creazione con IA · 12175 caratteri · circa 12 minuti
Quando Xu Shen tornò in bottega il decimo giorno, se le due porte della farmacia fossero state ancora lavorate a giornata, non sarebbe spettato a lui solo riscuotere il denaro. Ren Quan girò il lungo pezzo di legno, ne staccò con un colpo una zolla di fango secco sul bordo e gli chiese all’improvviso se volesse assumersi l’intero lavoro. La pialla di Xu Shen si fermò a metà del legno, con un truciolo ancora attaccato, appeso per mezzo giro alla lama. Chiese prima quale parte dovesse prendere in carico; soltanto sentendo che si trattava di tutto, dai materiali al montaggio, alzò gli occhi verso il maestro.
Wei Ce stava aprendo le scanalature per un’intelaiatura da finestra lì accanto e, a sentirlo, rallentò anche lui il lavoro. Fra gli operai esperti della bottega c’era chi aveva già preso lavori per conto proprio, perlopiù una finestrella da cambiare in casa di qualcuno o uno scaffale. Una porta come quella della farmacia Ji’an, affacciata sulla via principale, una volta finita sarebbe stata sotto gli occhi dei passanti ogni giorno. Xu Shen fissava un segno poco profondo sulla trave. Sapeva che il legno era un po’ ritorto da un lato, eppure non riuscì a trattenersi dall’immaginare la porta già montata sulla facciata.
Ren Quan non lo lasciò gioire a lungo. Chiese a Wei Ce di prendere il vecchio disegno della porta e, indicando uno per uno il telaio, il battente, il perno superiore e il supporto inferiore, spiegò per quali pezzi aveva già il legno in bottega e per quali bisognava andare a sceglierlo al deposito. Con Zhou Tong si era già arrivati a un prezzo di milleottocento wen, seicento subito e il resto a montaggio finito. Fra materiale, spazio di lavoro, ferramenta e manodopera servivano almeno millecento wen. I cinquecento che mancavano doveva anticiparli Xu Shen. Prendendo la porta a cottimo, avrebbe rinunciato alla paga giornaliera per quel lavoro.
Xu Shen fece i conti. A lavorare tutti i giorni in bottega forse, in quello stesso periodo, avrebbe guadagnato quasi altrettanto, ma il denaro sarebbe entrato una giornata alla volta e la gente avrebbe continuato a cercare il padrone Ren. Prendere il lavoro in proprio era diverso. Una volta scelto il legno giusto e rifinito dritto ogni bordo, si sarebbe potuto dire che quella porta l’aveva fatta Xu Shen. Non gli andava di ammettere quanto la cosa lo accendesse e tornò a calcolare a mente quanti mesi sua madre avrebbe potuto abitare in quella stanza con settecento wen.
«E se il lavoro viene male?» chiese Ren Quan.
Xu Shen staccò il truciolo ancora intero e se lo avvolse attorno al dito, dicendo che chi doveva assumersi la responsabilità se la sarebbe assunta. Il maestro non sorrise e gli disse di tornare alla bottega dello speziale a prendere le misure, perché i clienti non la pensano sempre come i falegnami sul risparmio e sulla durata. Wei Ce gli porse il disegno della porta, con impronte di mani sulla faccia esterna e le vecchie misure su quella interna. Xu Shen lo raddrizzò come se avesse appena preso in consegna qualcosa di molto più pesante della carta.
Quando Zhou Tong lo vide arrivare, stava sollecitando gli uomini a ritirare le pietre fuori della porta. Nelle notti precedenti aveva gelato e il fondo di terra non era pronto. Anche quel giorno il posatore non voleva forzare il lavoro. La data stabilita per montare la porta prima del solstizio d’inverno doveva quindi cambiare. Zhou Tong temeva di accogliere i clienti per la festa davanti a un ingresso smontato a metà. Alla fine fissarono l’ottavo giorno del dodicesimo mese, per lasciare alle lastre il tempo di assestarsi. Xu Shen tirò un sospiro di sollievo. Gli parve di avere tempo in abbondanza, e perfino la stanchezza per aver dormito poco la notte prima si dissipò un poco.
Controllarono di nuovo l’altezza della porta. Il gradino di pietra non era ancora sistemato, perciò per il momento si poteva segnare soltanto il livello del suolo com’era allora. Con un pezzetto di carbone Zhou Tong tracciò il livello approssimativo che avrebbe raggiunto e Xu Shen lo riportò sul proprio righello corto. Disse che sarebbe dovuto tornare dopo la posa. Zhou Tong fu d’accordo e aggiunse che la porta era pesante e che passava molta gente con carichi a spalla. Preferiva pochi ornamenti, purché la serratura tenesse e il legno non si imbarcasse con la pioggia. Nel cortile sul retro c’erano anche dodici vecchie finestre da sistemare per quando in primavera avrebbero messo a seccare le erbe. Per ora voleva vedere come veniva quella porta. Poi contò seicento wen dalla cassa e glieli consegnò per i materiali.
Dodici finestre. Xu Shen si tenne quel numero nell’orecchio, senza chiedere subito se avrebbero affidato a lui il lavoro. Accovacciato accanto alla porta, guardò da che parte scorresse l’acqua e passò la mano lungo una traccia umida; dentro di sé aveva però già intravisto una lontananza un poco più sicura: se fossero arrivati anche i lavori successivi, sua madre avrebbe potuto vivere in città per un anno senza che lui, finito il lavoro del mese, dovesse preoccuparsi di dove trovare denaro il mese dopo.
Zhou Tong indicò l’apertura laterale, dove passava meno gente. Le consegne sarebbero continuate a entrare dal retro e il legname per la porta non doveva sbarrare il passaggio. Xu Shen si rialzò proprio mentre Chen Sheng entrava in cortile con le ceste al bilanciere. Era arrivato in città tardi il giorno prima e aveva dormito sotto la veranda sul retro della bottega. Solo quella mattina era venuto a far contare la merce. Le punte delle scarpe del giovane erano in condizioni migliori che nella notte di neve, ma sulla vecchia corda alla spalla c’era ancora il nodo di fortuna. I barattoli rimasti riempivano appena mezza cesta e dall’altro lato un sacco di listelli di bambù faceva da contrappeso alla meglio. Chen Sheng non si aspettava d’incontrare lì Xu Shen. Sorrise, poi guardò istintivamente i barattoli rimasti interi.
Zhou Tong contò i dodici vasi pattuiti. Uno aveva una lieve sbeccatura sull’orlo. Chen Sheng lo girò perché potesse toccarlo e gli disse che era solo una ruvidità lasciata dalla cottura. Zhou Tong lo esaminò, lo contò tra quelli integri e poi detraette dal compenso per il trasporto il costo dei dodici vasi rotti. Quarantotto monete di rame si sparsero sull’angolo del tavolo. Fecero poco rumore, ma Chen Sheng le sentì distintamente. Avrebbe voluto parlare del cartello, della neve di notte, della corda spezzata. Alla fine chiese soltanto se poteva tenersi la cesta danneggiata per rifarle il bordo una volta a casa.
Zhou Tong disse che la cesta era sua, l’aveva portata lui, perché mai doveva chiederglielo. Solo allora Chen Sheng sorrise. Ricevute le centododici monete, mise all’esterno quelle vecchie che gli graffiavano di più la mano e tenne all’interno le più lisce, per non continuare a tastarle lungo la via del ritorno e risentire ogni volta il rumore dei dodici vasi che si rompevano. Xu Shen non chiese che gli fosse risparmiata la trattenuta. Aspettò che Zhou Tong si allontanasse e solo allora gli domandò se andasse meglio il punto del piede che la notte prima aveva patito il gelo.
Chen Sheng disse che ormai riusciva a poggiare bene il piede e lo ringraziò ancora per quel pezzo di filo di canapa con cui aveva cucito la scarpa. Il garzone della farmacia li sentì e chiese come si fossero conosciuti. Lui raccontò allora di come fosse arrivato per sbaglio alla casa di montagna, di come avesse chiesto acqua e un posto per dormire e di come la vecchia signora, che aveva gli occhi malandati, gli avesse dato anche da mangiare. Xu Shen voleva dirgli di non raccontare troppo, ma vide che il garzone ascoltava con attenzione e, quando fu sul punto di parlare, gli disse invece di andare prima a consegnare la stoffa, perché non appoggiasse di nuovo la merce asciutta sul pavimento umido.
Il pacco di tela di cotone fu finalmente aperto su un banco asciutto. Su un angolo della tela cerata si vedeva ancora un segno lasciato dalla neve della notte prima, ma dentro non si era bagnata una sola pezza. Il commesso del negozio di stoffe che gli aveva affidato il carico tastò la trama e pagò a Chen Sheng il piccolo compenso concordato, senza rimproverargli il ritardo di una notte. Chen Sheng buttò fuori un gran respiro, come se espellesse anche l’aria gelida che si teneva dentro dal valico. Chiese se la prossima volta potesse portare anche altra merce del negozio. Zhou Tong rispose che avrebbero visto se ce n’era, e di non affrettarsi a dire che poteva portare perfino quella che non aveva ancora visto.
A quelle parole Xu Shen gli lanciò un’occhiata. Chen Sheng aveva già riposto i soldi e diede qualche colpetto al fagotto di stoffa con il palmo. Sorridendo ancora, disse che, con un po’ di allenamento in più per la spalla, non avrebbe avuto paura nemmeno dei carichi ingombranti. Xu Shen conosceva fin troppo bene quell’aria di chi teme di passare per incapace e la trovò perfino un po’ tenera. Invitò Chen Sheng a mangiare una scodella di tagliolini. Lui dapprima declinò, dicendo che la signora l’aveva già ospitato per una notte. Solo quando capì che nessuno gli chiedeva di portare qualcosa per conto altrui lo seguì.
Il tavolo del banco delle tagliatelle era in bilico. Xu Shen infilò una scheggia sotto una gamba e appena seduto cominciò a parlare del disegno della porta. Chen Sheng non capiva quanto dovesse essere profondo l’alloggiamento del perno, ma sapeva che era un bene se una porta si chiudeva con una spinta leggera. Disse che quel giorno la mano di A Sui si era fermata mentre spingeva il chiavistello, come se non si aspettasse di poterlo chiudere senza sollevare il battente. L’orgoglio di Xu Shen si ridestò e lui disse che, affidata a un altro, la vecchia porta sui monti forse non avrebbe ripreso a funzionare nel giro di una notte.
Chen Sheng annuì. Disse che certo, lui aveva un mestiere nelle mani. «Io so solo portare pesi. Se il bilanciere si rompe, devo ancora chiedere a qualcuno di aiutarmi a legarlo.» Smosse con le bacchette le tagliatelle rustiche nella ciotola, un capo lungo e l’altro corto. Solo dopo un po’ disse che voleva mettere da parte un piccolo capitale per comprare merce e smettere di fare sempre consegne per conto altrui, anche a partire da qualche decina di pacchetti di aghi e qualche matassa di corda buona. Xu Shen gli chiese perché non comprasse prima una corda nuova per il bilanciere. Lui si toccò la spalla e sorrise con un certo imbarazzo. La vecchia si poteva ancora usare, con qualche rattoppo.
Ciascuno dei due aveva qualcosa che riteneva più importante per il proprio futuro e davanti a quella ciotola di pasta nessuno insistette oltre con l’altro. Xu Shen pagò la propria ciotola e anche quella di Chen Sheng. Quando questi tornò a dire che gli avrebbe reso i soldi, picchiettò col regolo di bambù sul bordo della ciotola e gli disse di smetterla di contare i fili di pasta. Solo allora Chen Sheng mangiò senza più trattenersi, fino a farsi venire il sudore sulla fronte. Uscito dal chiosco si fermò ancora un poco al sole, riluttante a rinunciare a quei pochi minuti di leggerezza senza il carico in spalla.
Nel pomeriggio Xu Shen andò al deposito di legname con cinquecento wen. Appena posò il denaro, sentì quanto fosse diverso dal ritirare il materiale nella bottega di Ren. Scegliendo da sé, doveva saper distinguere il legno asciutto da quello umido, riconoscere i vecchi difetti e capire se il materiale potesse stare ancora in deposito. Un tempo gli sembrava che il maestro facesse il tirchio quando discuteva sul prezzo. Ora bastava un pezzo di legno umido a fargli fare tre giri in più. Alla fine ne scelse due più solidi, anche se la venatura non era delle più belle, e continuò a chiedersi se lungo il bordo della porta si potesse incidere, appena appena, un filo d’erba.
Nel disegno della porta in origine non c’era. Zhou Tong aveva chiesto pochi ornamenti e anche Ren Quan aveva raccomandato che fosse pratica, Xu Shen lo sapeva. Ma se la porta fosse stata liscia come tutte le altre, da che cosa i passanti avrebbero riconosciuto la sua mano? Disegnò il motivo di foglie d’erba sul bordo del foglio, poi gli parve di aver esagerato e lo sfregò con il polpastrello. Il carbone lasciò una macchia grigia che finì per somigliare a una venatura presente nel legno da sempre. Non la cancellò del tutto.
Tornato in bottega, Wei Ce venne ad aiutarlo a scaricare e il pettinino gli scivolò dalla manica. Il ragazzo si affrettò a raccoglierlo con l’aria di chi era stato colto in fallo. Xu Shen lo prese in giro, chiedendogli se ancora non l’avesse regalato perché sua sorella l’aveva già trovato brutto. Wei Ce disse che aspettava il giorno di riposo per tornare a casa e non volle più farglielo vedere. Xu Shen rise, lo chiamò a prendere le misure e strinse una corda nuova attorno a un’estremità del pezzo lungo. Al suono secco della corda che andava in tensione, sentì una stretta anche nel petto.
Quando arrivò nel vicolo di Nanhuai, A Sui stava parlando con Fang Guiniang di quanto potesse essere spessa la porta. In realtà non aveva modo di saperlo. Appena vide entrare il figlio, gli chiese se finalmente quel lavoro contasse come suo e di nessun altro. Xu Shen avrebbe voluto sedersi prima di rispondere, ma nel cortile già parecchi occhi si erano voltati verso di lui, così annuì. Sua madre si asciugò due volte le mani sul grembiule. Non sapeva più se servire prima la zuppa o mostrare agli altri le mani del figlio. Si limitò a sorridere e a dire che ecco perché quella mattina aveva sentito la gazza.
Fang Guiniang disse che in città le gazze strepitavano tutto l’anno, ma A-Sui non cambiò discorso. Xu Shen si sedette a quel tavolino che, da quando era stato messo in piano, non traballava più. Teneva ben ferma la scodella. Sua madre gli chiese sottovoce se avesse abbastanza per anticipare le spese. Lui disse di sì e le chiese di non toccare i suoi risparmi. Sapeva che le sue parole pesavano più del denaro che aveva davvero da parte. Il giorno del suo primo incarico, però, non voleva già dire che bisognava aspettare per vedere come sarebbe andata.
Dopo cena tirò fuori il disegno della porta e lo mise sotto la finestra a sud per mostrarlo a sua madre. La luce se n’era già andata e A-Sui ci vedeva poco. Passò la mano lungo il bordo del foglio, sentì il velo di carbone che lui non era riuscito a cancellare e chiese se lì ci sarebbe stato un ornamento. Esitò un istante e disse che un tocco di ornamento ci sarebbe stato bene. Sua madre annuì subito, come se vedesse già la porta futura ergersi tra i profumi delle erbe medicinali. Lui ripose il foglio al riparo nella veste e, tornando alla bottega, camminò con più cautela del solito, come se temesse di urtare qualcosa.
· Fine del capitolo ·
Questo libro è un’opera originale scritta con l’assistenza dell’IA, ampliando «Sorpreso dalla neve, pernottando dal padrone di casa sul monte Furong» di Liu Changqing e il racconto originale del sito «Una porta aperta nella notte di neve». Personaggi, città di distretto, itinerari e vicende sono interamente inventati in un’ambientazione immaginaria ispirata all’epoca Tang; non si tratta di una traduzione della poesia né di una biografia del poeta.
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