Romanzo di rotte commerciali e ricongiungimenti, ambientato in un'antichità immaginaria
Diversamente da quando erano giovani
Ku Wuji · Creazione con IA · 11625 caratteri · circa 12 minuti
La prima volta che Yao Jia entrò nella casa di famiglia dei Lu all’età che aveva adesso fu il pomeriggio del ventisette del sesto mese.
Lu Yan le mostrò il disegno dei lavori. Lei guardò prima i novecentottanta wen scritti nell’angolo, poi la finestra, e chiese se pensasse davvero di aprire quel punto buio alla luce. Lui annuì e le disse che, se voleva vedere, il falegname He era ancora lì. Lei aveva fatto la domanda quasi per caso, ma quell’invito le scaldò il cuore, come se, visto il disegno, ora i suoi piedi dovessero portarla a camminarci dentro.
Accostò un battente della bottega, lasciò un cartellino per dire che sarebbe tornata e attraversò con lui il vicolo del pozzo. Appena spinsero la porta della casa di famiglia, li investì l’odore di legno e di polvere vecchia. Da bambina correva per quel posto. Ricordava che bastava la voce di un adulto dei Lu perché tutt’e due sgattaiolassero fuori. Ora, ferma nello stesso punto, le parve che la gronda fosse più bassa di come la ricordava. Accanto alla porta c’era invece una cosa che prima non c’era, una casacca di Lu Yan, lavata e asciutta a metà, da cui cadeva ancora qualche goccia sotto la manica.
Yao Jia distolse per prima lo sguardo e andò a vedere la finestra. Il falegname He bussò col dorso della mano sul pilastro originario per farle sentire quale estremità fosse ancora solida. Lu Yan, lì accanto, indicò il lato appena aperto e disse che potevano far entrare un po’ più di luce senza cambiare tutto il legno. Lei tese la mano e sentì le vecchie venature sotto la finestra. Con i polpastrelli sporchi di polvere, ricordò di quando aveva nascosto lì una manciata d’erba secca per spaventare Lu Yan quando fosse venuto a cercarla. Alla fine era stata lei a saltar fuori per prima, al richiamo di sua madre.
Il falegname, a sentirla raccontare, rise e disse che allora quei fili d’erba marcia nella fessura del muro appartenevano a qualcuno. Yao Jia arrossì. Anche Lu Yan rise e le chiese se era il mazzetto con cui quella volta gli avevano riempito una scarpa. Lei disse che con la scarpa non c’entrava, non era così cattiva. Lui la guardò e lei non osò più esserne del tutto sicura. Alla fine disse soltanto che, dopo tanti anni, anche se fosse stata lei, oggi non poteva far altro che tirargliela fuori.
Il falegname He andò a vedere una trave in una casa nella via a est, lasciando che se la vedessero fra loro. Appena uscì, nella stanza calò il silenzio e fuori dalla finestra il suono dell’acqua si fece più nitido. Yao Jia vide che il letto era stato spostato nella parte più asciutta, verso l’interno, ma che un piede poggiava di sbieco su un pezzo di carta. Si accovacciò per toglierlo. Lu Yan le disse in fretta di lasciarlo stare, perché quel piede era più corto e senza la carta il letto avrebbe traballato. Lei l’aveva già sfilata di mezzo pollice, così la rimise a posto, ridendo di sé perché, prima ancora di aver varcato la soglia, già voleva smontargli il letto.
Lu Yan prese una sottile scheggia di legno per sostituire la carta ormai cedevole e le chiese di tenere fermo il letto. Lei premette con entrambe le mani a un’estremità, lui sollevò appena il letto, e le loro spalle si trovarono vicinissime. La vecchia sopravveste sapeva un poco di sole, un odore che si mescolava a quello del legno appena intagliato che lui aveva in mano. D’un tratto Yao Jia si accorse che non aveva bisogno di premere così forte, dato che era lui a reggere il letto. Eppure non lasciò subito la presa e si rialzò soltanto quando lui le disse sottovoce che aveva finito.
Alla finestra c’era mezzo specchio vecchio, scuro sul retro, chissà da quanti anni. Lei lo pulì con un panno. Lu Yan portò una bacinella d’acqua e le tirò vicino uno sgabello basso. Yao Jia si voltò e gli vide ancora un po’ di cenere sulla guancia, come se dalla sera prima non fosse riuscito a lavarla via tutta. Sorrise e gliela indicò. Lui si strofinò dove lei gli aveva detto e allargò ancora la macchia. Lei allora strizzò bene il panno, allungò la mano e gli disse di stare fermo.
Quando il panno gli toccò il viso, Lu Yan rimase davvero immobile. La guardava, e la mano di Yao Jia rallentò all’improvviso. Il dorso delle dita gli sfiorò lo zigomo attraverso la stoffa bagnata e da lì filtrò il calore. Aveva pensato di scherzare, di dirgli che con quella faccia pretendeva pure di saper riconoscere l’argilla dei sigilli. Adesso non riusciva a dire una parola. Gli passò piano il panno in quel punto, ritrasse la mano e si mise a guardare se l’acqua del catino fosse già torbida.
Solo dopo un po’ lui chiese se andasse meglio. Yao Jia fece un cenno d’assenso. Ora aveva l’aria di uno che non era appena sbucato da un mucchio di cenere. Lui rise piano e lei si unì alla risata, ma d’un tratto quella veste che ancora gocciolava nella stanza le parve molto vicina. Sistemò il panno umido e si costrinse a guardare altrove. Solo allora vide, sul ripiano alto di legno, l’omino a testa in giù che aveva disegnato.
Il foglio era spiegato e non stava sotto le distinte dei recipienti. Lei lo prese per guardarlo da vicino. Per prima cosa disse che aveva disegnato male e gli chiese perché lo tenesse ancora. Lu Yan allungò la mano per riprenderlo e disse soltanto che lo teneva. Lei non glielo diede subito. Lo capovolse per guardarlo e disse che così era meglio. Lui rise e disse che era già appeso a testa in giù e che, rimesso diritto, non contava più come capriola. Lei scoppiò a ridere e gli ridiede il foglio. Mentre lo guardava rimetterlo all’asciutto, sentì come una lieve pressione sul petto.
Quel giorno lei non gli riordinò tutta la stanza. Doveva ancora aprire la bottega e qualcuno dall’altro lato del vicolo la chiamò per comprare aceto. Rispose e, prima di andarsene, gli chiese fin dove sarebbe arrivata la luce del pomeriggio una volta aperta la finestra nell’ottavo mese. Lu Yan le indicò il pezzetto di pavimento sotto la finestra. Lei ci andò, inclinò la testa e immaginò il sole entrare davvero di lato e posarsi dove quel giorno lui aveva lasciato il catino. Il disegno del falegname He era piccolo, e piccola era la stanza, eppure lei rimase per un bel po’ in quel poco di luce che ancora non c’era.
La sera del ventinove, alla foce c'erano spettacoli di varietà. Yao Jia aveva detto a Gao Jiang che voleva andarci, ma quel giorno Gao Jiang aveva visite dalla famiglia d'origine. Ridendo, le disse di non dover rinchiudere anche la propria parte di allegria fino alla prossima occasione. Yao Jia sistemò alcuni recipienti vuoti e uscì. Vedendo Lu Yan che si lavava le mani al pozzo, lo chiamò per nome e gli chiese se, non avendo altri impegni quella sera, volesse andare a guardare un poco.
Lui alzò la testa come se temesse di non aver sentito bene. Lei glielo disse di nuovo. Alla foce, c’era uno spettacolo, che non la lasciasse lì a cantargli pure il titolo. Lu Yan rispose ridendo che ci sarebbe andato e si affrettò a riappendere il panno. Solo all’imbocco del vicolo Yao Jia notò che lui aveva ancora bagnato l’orlo delle scarpe e gli chiese se le avesse appena lavate. Lui abbassò gli occhi e disse che si era schizzato attingendo l’acqua. Lei allora lo prese in giro: per uno che conosceva tanto bene il molo, era proprio bravo a mettere un piede in fallo vicino al pozzo.
Alla foce non c’era troppa ressa. Più avanti, alcune lampade basse a olio illuminavano un vecchio telo appeso. I due attori uscivano a turno. Uno era magro, l’altro alto. Quello magro lasciava sempre spuntare metà della pallina di bambù che aveva nascosto. Quello alto faceva finta di non vederla, girava e rigirava e alla fine tirava fuori dal proprio cappello un pugno d’erba. I bambini ridevano più forte di tutti. Rise anche Yao Jia. Al suo fianco Lu Yan dapprima seguiva la pallina con grande attenzione. Solo vedendola ridere capì che il gioco non stava tutto nell’indovinare.
Si fece largo di lato e trovò un posto dove stare. Un bambino alzava una tavoletta per indovinare sotto quale scodella fosse nascosta la pallina di bambù. Chi indovinava vinceva un flautino di bambù sottile. Il bambino sbagliò due volte di fila e si voltò a tirare per la manica un adulto, che sbagliò a sua volta. Dal palco gli chiesero se volesse riprovare. Yao Jia non resistette e indicò la terza scodella. Lu Yan disse sottovoce che era la seconda. Lei lo fulminò con lo sguardo e disse che ne potevano scegliere una sola, altrimenti in due finivano per prendersi tutte e tre le scodelle.
Puntò una moneta sua e indicò ancora la terza. L’attore alto la sollevò e sotto la pallina c’era davvero. Porgendole il flauto di bambù, le disse che aveva l’occhio fino. Yao Jia lo prese e, tutta fiera, guardò subito Lu Yan. Lui alzò entrambe le mani in segno di resa e disse ridendo che se ne intendeva solo di giare e che le scodelle erano troppo piccole per lui. Lei, col flauto in mano, stava per ribattere quando sul palco sollevarono anche la seconda scodella. Sotto ce n’era un’altra. Tutt’intorno scoppiò una risata. I due rimasero interdetti, poi si piegarono dal ridere anche loro.
Il flautino era leggero e un’estremità del bambù era stata tagliata un po’ irregolarmente. Lei ebbe paura di tagliarsi le labbra e lo tastò prima di soffiare. La prima nota non uscì. Solo aria. Lu Yan chiese se poteva provare. Lei nascose il flauto dietro la schiena e gli disse di aspettare che imparasse lei. Lui aspettò docile. Lei provò di nuovo e finalmente uscì un suono, così acuto che lei per prima si strinse nelle spalle. Un bambino lì accanto si tappò le orecchie e gridò che era peggio dell’anatra sul palco. Yao Jia arrossì per il dispetto, ma alla fine non riuscì a trattenere una risata.
Sulla via del ritorno il vento del fiume le muoveva il nastro tra i capelli. Lu Yan camminava dal lato esterno, scansando i carichi di chi andava e veniva. Un gradino era bagnato. Lei saggiò per prima l’appoggio e lui le tese la mano. Lei lo prese per il polso e lo tenne ancora un istante dopo essere passata. Quella mano era calda, le nocche dure. Era diversa dai caratteri che riconosceva nelle sue lettere, dal pennello che gli aveva visto usare davanti al banco e da quel breve contatto fresco accanto alla giara. Continuò a camminare a testa bassa e lo lasciò andare piano solo quando furono di nuovo in piano.
Lu Yan non la sollecitò a lasciargli il polso. Guardò davanti a sé e dopo un po' le chiese se il flauto suonasse ancora. Lei disse di sì, ma che a suonarlo adesso avrebbe rischiato di svegliare tutte le galline del vicolo. Lui rise e indicò una porta ancora aperta più avanti. Lì avevano un'oca, disse, ed era anche più feroce. Meglio non attirare pure quella. Yao Jia strinse il flauto. D'un tratto non aveva più tanta voglia di arrivare così presto alla porta di casa e rallentò di mezzo passo. Anche Lu Yan rallentò un poco.
Sarebbe partito il primo giorno del settimo mese, sarebbe arrivato a Yuepu la sera successiva e il tre avrebbe fatto l’inventario alla casa di spedizioni. Era già tutto scritto nel programma di quel viaggio. In quelle due notti Yao Jia aveva pensato di chiedergli se potesse fermarsi un giorno in più. Le parole le erano arrivate alle labbra, ma poi aveva visto il registro dei recipienti da restituire che lui teneva in mano durante il giorno. Avrebbe ancora voluto che restasse. Solo che, in una notte così, con quel vento, non voleva parlare del suo ritorno come se partire significasse lasciarla un’altra volta.
Arrivata alla porta, aprì prima la serratura, poi si voltò e gli chiese se anche stavolta la notte sulla barca sarebbe stata stretta. Lu Yan rispose di sì, che già poter stendere le gambe sarebbe andato bene. Continuava a guardarla. Lei disse che allora quella sera tornasse a casa e si facesse una bella dormita. Lu Yan annuì, ma rimase fermo. Anche lei si prese tempo prima di entrare. Con la porta socchiusa e un breve tratto di terra illuminato dalla lampada a separarli, ascoltarono fino alla fine gli ultimi colpi di gong dello spettacolo in lontananza.
Il trenta del sesto mese lei ripose il flauto di bambù in un punto asciutto dell’armadio. Xiaogeng lo vide e chiese da dove venisse. Lei disse che l’aveva vinto indovinando, e il bambino volle subito indovinare anche lui, dicendo che a riconoscere le ciotole era più bravo di tutti. Yao Jia rise, senza svelargli subito il trucco della sera prima, quello della pallina sotto entrambe le ciotole, e gli permise di soffiare due volte. Con l’ultimo soffio per poco non si fece volar via le sopracciglia. Gao Jiang, entrando da fuori, si spaventò e gridò subito chi avesse pestato la coda al loro gatto.
Il giorno dopo Lu Yan partì verso valle e Yao Jia andò davvero al molo per accompagnarlo per un tratto. Non c’era merce da controllare per nessuno. Rimase sulla riva a guardarlo sistemare il proprio bagaglio e rispondere al barcaiolo. Prima di partire lui chiese del flautino. Lei rispose che era nel banco, dove l’aveva lasciato senza farglielo portar via. Lu Yan sorrise e disse che la prossima volta voleva sentirle suonare un pezzetto intero. Lei ribatté subito che dipendeva da quando le sue orecchie avrebbero avuto abbastanza tempo da perdere. A parole sbuffava, ma se lo segnò nella memoria.
Quando la barca si staccò dalla riva, lei alzò la mano e la riabbassò quasi subito, ma il palmo ricordava ancora il poco calore della sera prima. Aspettò che la vela superasse l’ansa più lontana, poi fece spazio a chi veniva a raccogliere le cime sciolte e tornò al vicolo del pozzo. La porta della bottega era socchiusa, i clienti abituali del mattino sarebbero arrivati come sempre e il flauto di bambù era ancora nascosto nel banco. La partenza di una barca non l’aveva reso d’un tratto così leggero da farlo sparire.
La sera del tre provò a suonare due note. La prima uscì ancora storta, la seconda invece fu un po’ più ferma. Fuori dalla finestra un vicino gridò a Xiao Geng di smetterla di fare chiasso. Lei rispose da dietro la finestra che non era Xiao Geng. Il vicino restò interdetto, poi rise e chiese chi fosse allora. Lei, con il flauto in mano, sentì il viso scaldarsi piano. Dopo un po’ riportò alle labbra quel piccolo foro e ne fece uscire, lieve, una terza nota.
· Fine del capitolo ·
Questo libro è un'opera originale scritta con l'assistenza dell'AI, ampliando 《长干行二首》 di Li Bai e il racconto originale di questo sito «Vecchi conti tra le prugne verdi». Personaggi, ditte commerciali, prezzi, geografia e cronologia sono interamente inventati; conserva il nucleo dell'opera originale: chiarire i vecchi debiti, restituire visibilità alla maestria artigiana e al lavoro, e ridefinire da adulti i termini dei rapporti. Non è una biografia del poeta.
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