Romanzo di rotte commerciali e ricongiungimenti, ambientato in un'antichità immaginaria
Questi undici anni non sono stati vuoti
Ku Wuji · Creazione con IA · 12167 caratteri · circa 12 minuti
Quando Lu Yan arrivò il giorno dopo, Yao Jia aveva appena disfatto il risvolto delle maniche e le aveva rimboccate di nuovo.
Il ventisette del quinto mese, nel pomeriggio c’erano pochi clienti. Quella mattina aveva comprato qualche prugna appena raccolta della nuova stagione e le aveva messe in un piattino a parte. Erano diverse da quelle del cartoccio che le aveva portato Lu Yan. Erano ancora dure. Ne aveva assaggiata mezza, così aspra da farle contrarre la radice della lingua, e stava per andare a prendere lo zucchero quando sentì un rumore alla porta. Si affrettò a nascondere dietro la schiena la metà morsicata. Lu Yan era sulla soglia, e vedendole la mano le chiese subito se fosse arrivato in un brutto momento.
Lei rispose di no, tirò fuori la mezza prugna e gli chiese se avesse il coraggio di mangiarla. Lui la guardò e domandò, con tutta serietà, dove fosse lo zucchero. Yao Jia non riuscì a trattenere una risata. Da ragazzo non ne mangiava forse tre di fila senza battere ciglio? Lui disse che allora lei era lì accanto. Il sorriso di Yao Jia si fermò per un istante, la mano che andava a prendere lo zucchero rallentò, e Lu Yan, come se si fosse accorto anche lui di aver parlato troppo apertamente, si mise a raddrizzare la ciotola vuota sul bordo del tavolo, che era già dritta.
Lei gli spinse il piattino perché si servisse da solo, senza dare per scontato che avesse ancora i gusti di una volta. Assaggiarono un boccone ciascuno. L’aspro era sempre aspro, ma poi lo zucchero si scioglieva piano. In cortile c’erano dei setacci di bambù vuoti messi ad asciugare e il sole, passandoci attraverso, disegnava a terra tanti riquadri luminosi. Lei lo guardò chinare la testa per evitare il nocciolo e ripensò a quando la sera prima le aveva detto che stava bene. Sentiva ancora un po’ di calore alle orecchie e persino il registro della compagnia che aveva portato le dava meno nell’occhio.
Il registro serviva solo a verificare i recipienti restituiti. Lu Yan lo posò all’asciutto e tirò fuori la nota del risarcimento che aveva tenuto per sé. Lei vide la riga delle settanta monete e si sentì di nuovo sprofondare. Lu Yan disse che la ditta gliele aveva restituite e lui le aveva accettate, ma che voleva chiarirlo con lei di persona. Yao Jia fece un cenno senza toccare il foglio e gli chiese soltanto se, dalla sera prima a quella mattina, avesse avuto sempre paura che lei gli dicesse di nuovo che non aveva dato abbastanza.
Lui rimase interdetto e si affrettò a dire di no. Yao Jia sapeva di essere stata un po’ ingiusta. Era stata lei a scrivere che non occorreva restituirle nulla, e ora che lui aveva davvero accettato i soldi, le dava fastidio che le portasse solo una ricevuta. Si voltò per lavarsi le mani. Le aveva appena lavate, eppure sotto l’acqua i polpastrelli sporchi di zucchero erano ancora scivolosi. Li strofinò due volte prima di dire che non aveva bisogno che le spiegasse le cose cento volte.
Alle sue spalle Lu Yan rimase in silenzio. Dopo un po’ fu lei a voltarsi, ad asciugarsi le mani con un panno e a dirgli che, ora che era tornato, voleva sapere che cosa avesse pensato davvero quella sera. Una riga con scritto «ricevuto» non bastava a raccontarlo. Lu Yan ripose il foglio e cominciò da quando Yu Erniang gli aveva detto che la consegna andava fatta il ventinove. Le raccontò dell’altra barca che costava sessantotto monete in più e che lui non aveva voluto prenotare. Le disse di aver sentito benissimo quando lei gli aveva chiesto se ci fosse troppa roba, e che aveva pensato ugualmente che, una volta messe al sicuro le dodici giare di cui si era incaricato, avrebbe potuto rimediare al resto in seguito.
Yao Jia conosceva già dalla lettera quei fatti, ma a sentirglieli raccontare di persona le si strinse ugualmente il petto. Gli disse che, se allora le avesse spiegato le cose, avrebbe potuto chiedere a un’altra barca e, se la consegna fosse slittata, avrebbe avvertito prima i clienti. Lui non aveva bisogno di prendere tutto in mano con un «ci penso io». Lo sguardo di Lu Yan ebbe un piccolo scarto. Lei capì subito che gli era tornato in mente qualcosa, si sentì avvampare e gli chiese se gli sembrava che adesso, per lei, fosse facile parlare.
«Quella sera l’hai visto anche tu il telaio delle foglie», disse.
Lo sapeva, ma sentirglielo dire di persona le diede comunque una fitta improvvisa. Disse che aveva visto spostare il telaio e aveva chiesto spiegazioni. Non sapeva che la consegna fosse prevista già per il ventinove. Se l’avesse saputo, forse non sarebbe andata via con lui sorridendo. Lui rispose che era vero, non gliel’aveva detto, ma che anche lei in quel momento aveva chiesto per prima cosa se la merce degli Yao sarebbe rimasta a terra. Cadute quelle parole, fu come se la stessa ondata di calore li tenesse fermi entrambi. Persino i passi di chi passava fuori dalla finestra sembravano di troppo.
Yao Jia posò il panno con tanta forza che l’acqua nella tazza ondeggiò. Voleva raccontargli di nuovo che era andata dagli Yu, che le avevano rifiutato il vino e che aveva messo settanta wen, come se bastasse mettergli davanti tutti quei passi per sottrarre alle sue domande almeno un pezzetto della vicenda. Aveva appena nominato gli Yu quando si fermò di colpo. Ricordò che Yu Erniang le aveva detto che degli errori di Lu doveva parlare Lu stesso, e che anche lei aveva commesso i propri. Ora ne aveva già parlato, ma questo non voleva dire che non dovesse più sentirne parlare.
Questo non bastò a calmarla. Torse il panno tra le dita e solo dopo un bel po’ disse che sì, allora aveva tirato un sospiro di sollievo e aveva voluto sentirsi fare quella promessa. Le aveva fatto piacere che qualcuno si ricordasse di lei e volesse occuparsene, persino prima che le facesse piacere aver venduto la merce. Ma lui sapeva benissimo che lei voleva credergli. Perché si era servito proprio di quella fiducia per fermare le sue domande?
Lu Yan impallidì e distolse gli occhi da lei. Dopo un po’ tornò a guardarla e disse a voce più bassa che così anche per lui era più facile. Se glielo avesse detto, lei avrebbe saputo che prima di scrivere «trenta» su quel foglio non aveva chiesto una conferma sicura. Avrebbe saputo che il suo ritorno non faceva di lui uno che aveva una soluzione per tutto. A quel punto ritirò le mani dal bordo della tavola e posò i palmi sulle ginocchia, come se lì sopra non fosse rimasto un solo foglio capace di sorreggerlo ancora.
Lei guardò quelle mani e ricordò all’improvviso il fresco delle nocche quando si erano sfiorate nel sorreggere l’orcio. Provò insieme tenerezza e irritazione. Avrebbe voluto dirgli di smettere di temere che lei lo giudicasse incapace, ma aveva paura che, appena avesse aperto bocca, bastasse che lei per prima ci passasse sopra perché lui potesse mettersi tranquillo. Così rimasero seduti, senza che nessuno dei due trasformasse con leggerezza quell’attesa in un perdono che spettava all’altro concedere per primo.
Lu Yan disse che, se in futuro avessero avuto altra merce sulla stessa barca, prima le avrebbe spiegato che cosa era già stato assegnato. Yao Jia scosse la testa e disse che per il momento non avrebbero organizzato insieme nuove spedizioni. Avrebbe cominciato facendo quello che riusciva a vendere in giornata e, se ci fosse stato davvero da spedire, avrebbe chiesto a un altro addetto. Lui annuì, ma la delusione gli si leggeva negli occhi. Yao Jia la vide e sentì anche lei un vuoto, senza voler cambiare subito idea per colmarlo.
«Dalle tue parti ci sono altri che sanno fare un nodo, oltre a me», disse.
Il tono rivelò la gelosia prima ancora delle parole. Yao Jia alzò la testa, stava per chiedere chi, ma prima di parlare lo aveva già capito e il suo viso si fece freddo. Lu Yan probabilmente non aveva voluto dirlo a quel modo. Tacque di colpo, ma la frase era già caduta fra loro, come una spina che era sempre stata lì e sulla quale fino ad allora lei si era guardata dal posare il piede.
Lei chiese se parlasse di Zhang Chen. Lui non rispose e solo dopo un po’ disse che quel giorno l’aveva vista parlare con tanta familiarità con quell’uomo e non sapeva che avesse imparato anche quel nodo. Yao Jia prese lo spago che aveva accanto, gli fece fare mezzo giro e lo lasciò andare. Disse che neppure lei sapeva in quale stanza abitasse lui a Yuepu, quando mangiasse o chi avesse scherzato con lui. Gli aveva chiesto dei genitori e lui aveva detto soltanto che stavano bene. Gli aveva chiesto del posto in stiva e lui aveva detto che si poteva sistemare. Allora anche lei doveva prendersela, per quello che non sapeva, con chiunque gli avesse mai passato un piatto da mangiare?
Lui arrossì e disse che non intendeva quello. Yao Jia sapeva di aver spinto lontano il discorso anche lei, ma quel giorno non voleva essere la prima a offrirgli un modo comodo di tirarsene fuori. Gli disse che tempo prima Zhang Chen l’aveva invitata a vedere le lanterne sul fiume, che c’era andata e che le erano piaciute davvero, tanto da farla sorridere per tutta la strada del ritorno. Poi non si erano messi insieme. Il perché non aveva voglia di raccontarglielo punto per punto a quel tavolo da lavoro, come se per aver vissuto nel modo giusto quegli undici anni dovesse arrivare a farlo annuire.
Lu Yan alzò gli occhi, con una domanda impaziente sulle labbra. Alla fine chiese soltanto come stessero le cose adesso. Lei rispose che se incontrava Zhang Chen al molo ci parlava e che anche sua moglie era venuta a comprare l’aceto. Questo lui lo sapeva già. Si fermò di nuovo, poi riprese con voce via via più dolce. Incontrare qualcuno non voleva dire aspettarlo, e se in quel momento aveva fatto sedere Lu Yan lì, non era solo per un foglio con le cifre del risarcimento.
Detto questo, lei fece per toccare il nastro vicino all’orecchio, ma ritirò la mano a metà del gesto. Lu Yan la guardava. Quel poco di tensione nei suoi occhi cambiò lentamente e lui la chiamò per nome, pianissimo. D’un tratto lei si sentì in imbarazzo e si voltò a cercare dell’acqua. La tazza era vuota, sollevò la brocca troppo in fretta e due gocce caddero sulla tavola. Tentarono tutti e due di reggerla e il dorso delle loro dita si sfiorò. La mano di lei era calda e anche quella di lui. Una sensazione del tutto diversa da quella della terracotta fredda di quel giorno.
Sulle prime lei non si ritrasse. La mano di Lu Yan si fermò accanto alla tazza, senza spingersi oltre per afferrare la sua. Fuori dalla finestra un venditore di aghi lanciò un richiamo, e fu come se entrambi si risvegliassero. Yao Jia posò bene la teiera, prese un panno e asciugò. Lu Yan disse sottovoce che, prima di tornare a Changgan, aveva pensato davvero che, una volta saldati i vecchi conti e riparata la casa, se lei era ancora d’accordo avrebbero potuto riprendere tutto da dove l’avevano lasciato da ragazzi. Non le aveva prima chiesto di quegli undici anni. Perfino quanto a sapere se lei volesse abitare in quella casa, aveva già sistemato tutto nella propria testa.
Ad ascoltarlo, a Yao Jia pizzicarono un po’ gli occhi e insieme non riuscì a trattenere il fastidio. Disse che in quella casa c’era già stata, che sotto la gronda era buio pesto e che, per abitarci davvero, per prima cosa sarebbe servita una finestra più grande. Lu Yan rimase interdetto. Anche a lei parve di essersi appena espressa come se avesse già acconsentito a qualcosa e si affrettò ad aggiungere che non aveva detto di volersi trasferire. Lui finalmente rise. La risata fu breve, ma sciolse un poco la tensione sopra il tavolo. Disse che aveva capito. Stavolta non aveva osato sentire altro al posto suo.
Lo fulminò con lo sguardo, ma finì per ridere anche lei. Passata la risata, il vecchio torto era ancora lì e la pausa non era finita. Lei però rimise dritto il piattino di prugne tra loro e gli chiese se avesse già pranzato. Lu Yan scosse la testa. Lei si alzò per guardare sul fornello. C’era riso, quanto bastava per due scodelline, e il contorno l’aveva tenuto da parte per mangiarlo più tardi. Prese due scodelle e divise le porzioni senza servirlo come a un banchetto per gli ospiti, poi gli chiese di portarle uno sgabello.
Portò lo sgabello e nel posarlo urtò il cavallino di bambù rotto dietro la porta, che risuonò una volta a vuoto. Entrambi si voltarono a guardare. Yao Jia disse che non aveva ancora avuto cuore di farlo smontare dal falegname He, anche se ormai Xiao Geng non voleva più cavalcarlo perché non aveva le ruote. Lu Yan tastò una vecchia crepa. Senza promettere di farlo tornare come nuovo, lo appoggiò di nuovo dalla parte dove non avrebbe urtato nessuno. Lei lo vide dal focolare. Quella tenerezza di un tempo era ancora lì, ma finalmente poteva lasciarla stare senza pretendere che crescesse tutta in una volta fino a vestire ogni parte del presente.
Finito di mangiare, lui lavò le ciotole. Yao Jia era al banco a servire un cliente appena entrato. Sentì l’acqua scorrere sul retro e ricordò che un tempo pensava che, appena fosse arrivato, avrebbe avuto qualcuno a cui appoggiarsi per tante cose. Ora lui stava solo lavando due ciotole e già le sembrava una cosa bella. Il cliente comprò per due wen e lei prese la somma esatta. Anche con qualcuno nel cortile sul retro, non rimandò all’indomani anche quella piccola vendita.
Nei giorni seguenti Lu Yan fu occupato con la restituzione dei recipienti del porto, mentre lei apriva bottega come sempre. A volte si vedevano dai due lati del pozzo e si salutavano; nessuno dei due faceva apposta il giro per raggiungere l’altro, né si sedevano ogni giorno alla stessa tavola. Il secondo giorno del sesto mese faceva ancora caldo verso sera. Lui stava spazzolando una vecchia asse presso la porta della casa ancestrale, con le maniche rimboccate ad altezze diverse e un poco di polvere schizzata sul viso, senza accorgersene.
Yao Jia aveva appena alzato il coperchio e il vapore del riso con i fagioli le salì incontro. Nella stanza c’era una sola ciotola. Rimase a guardare l’uomo fuori dalla porta e, ricordando il tono con cui qualche giorno prima aveva detto che anche gli altri sapevano fare i nodi, le venne un poco da ridere. Lu Yan alzò la testa e incrociò il suo sguardo. Lei rimase dov’era e gli disse da un capo all’altro del vicolo del pozzo. «Se non hai ancora mangiato, vieni con la ciotola.»
Lui la guardò, con la spazzola ferma in mano. Yao Jia rimise il coperchio a metà sulla pentola e aggiunse che prima doveva lavarsi la faccia, altrimenti avrebbe mangiato il riso con la bocca piena di polvere. Lui rispose ridendo. La voce le arrivò al di là del pozzo con un’esitazione che conosceva da un tempo e che ora sentiva un po’ più marcata. Lei si voltò senza restare sulla porta a vedere se sarebbe venuto davvero. Tirò fuori una seconda scodella, la lavò e la posò accanto alla propria.
· Fine del capitolo ·
Questo libro è un'opera originale scritta con l'assistenza dell'AI, ampliando 《长干行二首》 di Li Bai e il racconto originale di questo sito «Vecchi conti tra le prugne verdi». Personaggi, ditte commerciali, prezzi, geografia e cronologia sono interamente inventati; conserva il nucleo dell'opera originale: chiarire i vecchi debiti, restituire visibilità alla maestria artigiana e al lavoro, e ridefinire da adulti i termini dei rapporti. Non è una biografia del poeta.
Commenti
Caricamento dei commenti…
Cosa vorresti dire?Accedi per partecipare ai commenti →