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Un volume tra le mani

Romanzo di vita quotidiana in ambientazione antica

Nessuno bussò alla porta a mezzogiorno

Ku Wuji · Creazione con IA · 11250 caratteri · circa 12 minuti

Arrivata alla bottega dei medicinali, A-Sui fece prima un giro per osservare la porta vecchia. La venatura del legno lungo il bordo era lucida per l’usura e da un angolo era saltato un po’ di colore. Pensò che bastasse cambiare quel poco e che il gran disegno di suo figlio facesse sembrare il lavoro più imponente di quanto fosse. Alzò una mano per farsi un’idea della larghezza della porta. Una donna che portava via delle medicine le domandò se non riuscisse a trovare l’entrata.

Abbassò in fretta la mano e disse che conosceva la gente di lì. Appena detto, le parve di essersi spinta troppo in là. Xu Shen era lì soltanto per fare la porta e forse non si poteva dire che fosse uno di loro. Un garzone la sentì e le venne incontro. Lei sollevò un lembo del vecchio panno che aveva sul ginocchio, abbassò la voce e disse che era venuta a farselo vedere dal medico. Il garzone la invitò a sedersi, perché c’erano ancora due persone prima di lei. Si sedette e non fece più il nome del figlio.

Quando venne il suo turno, il medico Qi le chiese da quanti anni avesse dolore. Stava per dire da pochi anni, poi ci pensò e cominciò a contare da più o meno l’anno in cui era morto Xu Bo. A metà del conto si accorse che da tempo non ricordava con quale nevicata fosse cominciato. Sapeva solo che a ogni inverno doveva avvicinare lo sgabello al fornello e appoggiarsi a qualcosa prima di alzarsi. Se le avesse chiesto come stava oggi rispetto a ieri, avrebbe saputo rispondere. Chiederle il giorno preciso in cui era cominciato il male era come chiederle quale passo avesse consumato la soglia.

Il medico l’ascoltò, la guardò fare qualche passo e le chiese se di solito portasse acqua col bilanciere. Lei disse che non lo faceva quasi mai. Poi si ricordò che, appena trasferita, aveva portato davvero un secchio pieno e si corresse in fretta, dicendo che ora c’era chi portava l’acqua. Il medico Qi non fece osservazioni sulla correzione. Le disse solo che smettere di fare lavori pesanti non voleva dire passare la giornata immobile e che riuscire a camminare non voleva dire poter portare pesi. A Sui pensò che una di quelle frasi sarebbe stata facile da riferire al figlio. L’altra le conveniva tenerla per sé.

Voleva chiedere se, passando l’inverno in una stanza calda in città, il dolore le sarebbe passato. Prima che aprisse bocca, il medico indicò il vecchio panno e le disse di averne cura nei giorni seguenti. Con il freddo umido temeva che il male si sarebbe rifatto vivo. Non si aspettasse che una sola cura spazzasse via un problema di tanti anni. Lei ci rimase un po’ male e si raccolse la veste sopra il ginocchio, come se anche quel poco di delusione andasse coperto.

Dietro il banco qualcuno pesava i cartocci e il braccio della bilancia si alzava e abbassava piano. A-Sui chiese se la visita e le medicine si potessero mettere sullo stesso conto del lavoro alla porta. Proprio allora Zhou Tong uscì dalla stanza interna e, sentendola, le chiese di che famiglia fosse. Solo allora lei fece il nome di Xu Shen. Zhou Tong sorrise e chiarì la cosa a chi era dietro il banco. La porta aveva un conto e le medicine un altro, così poi si sarebbe saputo chi aveva pagato che cosa. Sorrise anche lei, ripetendo che aveva paura di dimenticarsi, mica voleva portarle via gratis. Intanto le sue mani si mossero un po’ più in fretta di prima a tirar fuori le monete dalla borsa.

Una donna più o meno della sua età, lì accanto, le lanciò un’occhiata senza ridere. Indossava una vecchia giacca verde scuro con una fascia di stoffa diversa aggiunta ai polsini. Ai suoi piedi c’era una cesta bassa, dove aghi e fili erano separati con fogli di carta e anche le cose più minute erano in ordine. Quando venne il suo turno spiegò per bene dove stava male e chiese quale segno sulla carta delle medicine indicava la dose da prendere di giorno. Se ne andò solo dopo aver capito, senza darsi l’aria di saper leggere tutti i caratteri.

Le due donne si incontrarono proprio mentre uscivano. L’altra chiese ad A Sui se fosse la nuova arrivata del vicolo della Sofora Meridionale. Il giorno prima l’aveva vista con un cane vecchio al guinzaglio. A Sui annuì e ne approfittò per dire che il cane era molto vecchio e non faceva male a nessuno. L’altra rispose che non aveva chiesto se facesse male. Le aveva colpito quell’orecchio piegato, come se qualcuno glielo avesse appena accarezzato. A Sui rise e le chiese il cognome. Lei disse che si chiamava Gu, che in famiglia un tempo la chiamavano A Qin e che anche adesso che era vecchia c’era ancora chi la chiamava così.

Gu Qin andava a tenere per mezza giornata il suo banco di aghi in riva al fiume. A-Sui guardò il cielo. Era ancora presto e non era detto che suo figlio passasse a mezzogiorno. Chiese se poteva fare un tratto di strada con lei. Gu Qin rispose che prima doveva comprare del filo di canapa e non poteva andare in giro senza far niente solo per farle compagnia. A-Sui disse che non aveva fretta e che così avrebbe visto se in città il filo di canapa costava più che in montagna. Svoltarono nella stradina, infilandosi ciascuna il pacchetto di medicinali nella veste, quasi non volessero che fosse quello a dare il tono alla loro mezza giornata.

Al banco del filo c’erano molti colori. A-Sui prese un gomitolo, vide che dentro c’erano parecchie giunte, allentò la presa e si trattenne dal lodarlo. Gu Qin scelse soltanto due rocchetti di filo bianco del vecchio tipo. Il venditore disse che il blu nuovo andava forte. Lei rispose che, per quanto bello, ci voleva qualcuno che volesse cucire con il blu, e nella sua cesta aveva ancora due rocchetti intatti. Ad A-Sui piacque che non si lasciasse convincere, ma non lo disse. Se il venditore avesse usato con lei le stesse parole, probabilmente avrebbe già comprato un gomitolo in più per suo figlio.

Quando arrivò sulla riva vide che il fiume era più largo di quanto pensasse. Non c’erano grandi barche con gente venuta da lontano. Una barchetta carica di legna era accostata di sbieco alla riva e due persone, una a prua e una a poppa, la scaricavano. Sui rami c’erano foglie bagnate. Una cadde e la corrente leggera la spinse accanto ai gradini di pietra. A-Sui si fermò a guardare a lungo. Gu Qin posò la cesta, aprì lo sgabello pieghevole e le chiese se, quando avesse guardato abbastanza, le avrebbe dato una mano a separare i fili annodati.

Rispose di sì e anche mentre si sedeva si voltò ancora verso il fiume. Il vento freddo si infilava dal fondo dei pantaloni e pareva raffreddare perfino la carta del pacchetto di medicine, ma a lei rincresceva rientrare subito. Il fiume di cui aveva sentito parlare così a lungo da chi andava e veniva finalmente non era più sulla bocca degli altri. A quanto pareva, neppure lui era più bravo a parlare. Le passava davanti, ondata dopo ondata. Prese a districare pian piano i capi dei fili e, ogni tanto, quando incontrava un nodo serrato, lo sollevava per mostrarlo a Gu Qin e chiederle se fosse da tenere.

Gu Qin aveva un cliente e prima rammendò un sacchetto di tela grossa. L’uomo aveva fretta e le disse che poteva lasciar perdere la regolarità dei punti, purché il sacchetto tenesse. In poche mosse lei chiuse lo strappo, rivoltò il sacchetto, gli disse di tirare lui stesso per provare e si fece pagare. Ad A-Sui si scaldarono un poco gli occhi a guardarla. Con quelle stesse due mani, quando rammendava qualcosa per qualcuno in montagna, diceva spesso che bastava portarglielo, e chi veniva a riprenderlo diceva spesso che la prossima volta le avrebbe portato qualcosa. Nelle mani di Gu Qin, invece, un lavoro faceva un suono preciso quando era finito.

Voleva dire che ne era capace anche lei, ma quando aprì bocca finì per dire che suo figlio aveva le mani d’oro. Gu Qin le chiese che cosa c’entrassero le mani di suo figlio con quel filo. La domanda fu tanto diretta che A Sui sentì subito il viso avvampare. Gu Qin intanto prese il filo che lei aveva districato e lo infilò nell’ago, senza aspettare risposta. A Sui chinò la testa, isolò il groviglio peggiore e ci lavorò per un po’ trattenendo il fiato. Alla fine lo districò persino meglio di prima.

A mezzogiorno Xu Shen tornò nel vicolo Nanhuai con un recipiente di zuppa tiepida. La porta della stanza di sua madre era chiusa; Huangdou, sentendolo da dentro, guaì due volte. Xu Shen chiamò la madre, ma nessuno rispose. Aprì la porta e vide dapprima che il cestino da cucito nell’angolo del letto non era più sotto la finestra; il cuore gli si strinse, poi si accorse che era stato soltanto spostato accanto alla cassettiera. Mancava anche la giacca di A-Sui: era evidente che fosse uscita, non che fosse tornata di nuovo a vivere in montagna.

Eppure la prima cosa che fece fu chiedere a Fang Guiniang se avesse visto sua madre. Lei stava spostando un sacco di riso e disse di averla vista uscire la mattina, diretta forse alla farmacia. Xu Shen posò la zuppa e partì. Dopo pochi passi tornò indietro e accostò bene la porta perché il cane non sgusciasse fuori. Dentro di sé non ammetteva di essere in ansia, eppure aveva già pronta la frase da dire alla madre appena l’avesse vista. Almeno due parole per dire dove andava poteva lasciarle.

Alla farmacia non c’era. Il garzone disse che l’anziana era andata via da un pezzo con la vecchia Gu, che di solito stava vicino al fiume. Xu Shen svoltò in un’altra strada. Per via scorse di spalle una figura che le somigliava e affrettò il passo. Solo dopo si accorse di aver sbagliato persona. La donna si voltò e chiese se chiamasse lei. Lui scosse la testa e rallentò. Di colpo pensò a quante donne in città avessero più o meno l’età di sua madre, e che non aveva mai fatto caso a quali di loro qualcuno stesse cercando proprio in quel momento.

Quando arrivò al fiume, Gu Qin stava bevendo e A Sui le teneva fermo un lembo di stoffa nella cesta. Il vento lo sollevò e lei lo appiattì col dorso della mano. A pochi passi di distanza, la prima cosa che Xu Shen vide fu sua madre ridere. Chissà che cosa si stava dicendo con Gu Qin. Le rughe agli angoli degli occhi le si raccolsero tutte insieme e subito lei abbassò il capo, come se temesse di cucire storto a forza di ridere. D’un tratto Xu Shen non trovò più uno spiraglio in cui infilare le parole che aveva preparato.

Quando A Sui lo vide, smise di ridere e chiese subito se fosse successo qualcosa in bottega. Xu Shen disse che le aveva portato la zuppa e che in casa non c’era nessuno. Lei tirò fuori il pacchetto della medicina e disse che il medico le aveva raccomandato di non starsene seduta tutto il giorno e di camminare piano un po’ di più. Era vero, anche se il medico aveva detto dell’altro. Si tenne per sé la raccomandazione, che non aveva ancora fatto in tempo a riferire, di esporsi meno al vento. Continuò a tenere fermo l’angolo della stoffa. Non voleva alzarsi appena vedeva suo figlio, come chi è stato sorpreso a fare qualcosa di male.

Gu Qin si spostò un poco e chiese a Xu Shen se volesse sedersi. Come poteva fermarsi, con Ren Quan ancora in attesa di quei due pezzi di legno? Vide che lo sgabello di sua madre era stabile e che la strada per casa era breve. Alla fine le disse soltanto che la zuppa era in camera, di scaldarla al ritorno e di non berla come fosse acqua fredda. A-Sui disse che aveva capito, esattamente con lo stesso tono con cui aveva risposto la sera prima, quando lui stava uscendo. A sentirla, gli parve di essere diventato lui quello che avrebbe voluto fare ancora mille raccomandazioni e non ne aveva il tempo.

Prima di andarsene le disse di non stare più seduta così all’aperto, perché il vento del fiume era freddo, e spostò lo sgabello all’ombra del muro. Gu Qin vide che una gamba dello sgabello toccava la sua cesta e per prima cosa la tirò via, senza dire né che andava bene né che andava male. A Sui aspettò che il figlio si allontanasse e girò lo sgabello di mezzo giro. Poteva ancora vedere il fiume e il vento non le batteva più addosso in pieno. Gu Qin se ne accorse, chinò il capo per prendere l’ago e parve sorridere appena, senza più chiedere chi dovesse dar retta a chi.

Sulla via di casa, A Sui camminò più piano. Si era trattenuta volentieri a sedere e, quando si era alzata, il ginocchio le aveva fatto più male che al mattino. Non volle dirlo a Gu Qin, ma indugiò con lo sguardo davanti al banco delle focacce al vapore. Gu Qin ne comprò mezza per sé e disse che era stanca di camminare e che le avrebbe preso in prestito quel tratto di muro per sedersi. A Sui stette al gioco, si sedette con lei e prese un bocconcino di focaccia. Solo allora si accorse di avere fame già da un pezzo.

Nel pomeriggio il brodo nel vasetto era ormai quasi freddo. Per prima cosa accese da sé il fuoco per scaldarlo. Fissando i pochi legnetti secchi alla bocca del fornello, pensò che se fosse stata in montagna sarebbe passata così anche quella mezza giornata: spazzare, cucinare, versare una scodella in più se arrivava qualcuno, altrimenti vegliare il fuoco e aspettare piano. Quel giorno era uscita una volta sola e non aveva guadagnato niente, ma ricordava che un’altra vecchia, prima di dare un punto, tirava un po’ i lembi della stoffa e che l’acqua del fiume spingeva senza sosta una foglia bagnata caduta dalla legna.

La luce sotto la finestra cominciò a ritirarsi e A-Sui abbassò il filo. Smise di sforzarsi di infilarlo nell’ago sottile nell’ultimo barlume. Al bordo del tavolo c’era ancora mezza focaccia comprata da suo figlio, con le briciole di zucchero tutte sulla carta. Ne mangiò un boccone senza metterla da parte tutta intera. Huangdou si avvicinò e lei gli scostò il muso con un colpetto, dicendogli che quel pezzo non era per lui. Il cane non capì. Si sdraiò e rialzò la testa. Lei prese la minestra tiepida e se la bevve tutta con calma.

· Fine del capitolo ·

Questo libro è un’opera originale scritta con l’assistenza dell’IA, ampliando «Sorpreso dalla neve, pernottando dal padrone di casa sul monte Furong» di Liu Changqing e il racconto originale del sito «Una porta aperta nella notte di neve». Personaggi, città di distretto, itinerari e vicende sono interamente inventati in un’ambientazione immaginaria ispirata all’epoca Tang; non si tratta di una traduzione della poesia né di una biografia del poeta.

Indice del libro · 36 capitoli
  1. Quella stanza esposta a sud
  2. La neve fino alla soglia
  3. La terza scodella
  4. Prima che il battente cadesse
  5. Caratteri neri al bivio
  6. Alla porta della città, nel pomeriggio
  7. Il fuoco preso in prestito in cortile
  8. Una porta di pari valore
  9. Nessuno bussò alla porta a mezzogiorno
  10. Il cartello voltato dall’altra parte
  11. Due mani accanto al cesto da cucito
  12. L’acqua della neve s’infiltra nella parete sud
  13. Un posto al ritorno al villaggio
  14. Una tacca saltata sul righello
  15. La mano sotto la porta
  16. Le parole che sua madre disse per lui
  17. Il legname per le porte accatastato nella tettoia del tè
  18. La scorciatoia dove il carro non passa
  19. Il cortile di chi?
  20. Un carico, due corde
  21. Daxiu ha portato via la pentola
  22. Lo sgabello su cui nessuno si sedette
  23. Chi aveva promesso la vecchia casa
  24. Mettere la porta nuova sotto la pioggia
  25. La stanza ancora da lasciare
  26. Il pettine rimasto in falegnameria
  27. Sul cartello non c'è il nome di nessuno
  28. Una stanza calda non è una medicina
  29. Quell’invito prima della Festa delle barche drago
  30. Il cestino da cucito che non fu venduto
  31. Il chiosco del tè trova il suo ritmo
  32. Quel conto di legname in montagna
  33. Da chi prendere il bilanciere
  34. Una pentola di riso da mangiare ancora caldo
  35. Riparare la porta per chi la usa
  36. Fin dove è sceso il sole

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