Romanzo di rotte commerciali e ricongiungimenti, ambientato in un'antichità immaginaria
L’asprezza che non arriva
Ku Wuji · Creazione con IA · 9648 caratteri · circa 10 minuti
Il diciassette del sesto mese, Yao Jia aprì la seconda giara di prugne che aveva messo in conserva alla fine del quinto mese.
Delle prugne nel cestino che aveva comprato a parte il ventinove del quinto mese, alcune erano finite sotto zucchero e altre sotto sale, in orci separati. Le prugne verdi del primo cartoccio da sei monete erano già finite. Aprì per primo l’orcio con lo zucchero. I frutti in cima avevano già cambiato colore. Ne prese uno con un cucchiaino pulito e se lo portò alle labbra. Prima ancora di morderlo, la radice della lingua riconobbe l’asprezza. Rise di sé, di quella memoria più ostinata del poco dolce che aveva in bocca, e morse piano. Attorno al nocciolo la polpa era ancora dura, impossibile mandarla giù in un sol boccone.
Un anziano venuto a prendere l’aceto più intenso la vide fare una smorfia di là dal banco e le chiese ridendo se perfino la roba di casa sua avesse un cattivo sapore. Yao Jia gli mostrò la prugna, disse che era buona e che era davvero aspra, e ne prese un’altra per fargliela assaggiare. L’anziano aveva i denti malandati e ne tenne in bocca appena un po’ della parte esterna. Disse subito che era troppo dolce per somigliare a quelle di Xinniang di un tempo. Yao Jia aveva creduto che a quelle parole le si sarebbe irrigidito di nuovo il petto, ma aveva già teso la mano verso il piattino dello zucchero. Rispose che quella piccola giara era per sé e che la voleva più dolce.
Il vecchio rise e le disse di conservarne di più: se giovani e vecchi avessero avuto gli stessi gusti, nella vita ci sarebbe stata metà dell'allegria. Portò via il suo aceto forte. Nel piattino delle prugne erano rimasti soltanto i noccioli; Yao Jia li raccolse, ricordando che anche sua madre detestava quando gli altri ne rovesciavano un mucchio nel lavello, viscidi da ripescare, e andò a gettarli nel cesto degli scarti fuori dalla porta. Quando tornò, la dolcezza in bocca si era sciolta. Ne prese un'altra metà e la mangiò lentamente accanto al banco, senza affrettarsi a trasformare quel sapore in una novità riconoscibile per i clienti.
La nuova mistura in fermentazione era ancora in un angolo del cortile. Qualche giorno prima qualcuno le aveva chiesto se potesse attingerne già un poco, perché cercava il sentore di nuovo. Lei l’aveva portato alla fila delle giare mature per scegliere, lasciando in pace quella che aveva ancora bisogno di tempo. Quel giorno il coperchio si era allentato da un lato. Andò a rimetterlo a posto, udì il brusio sottile all’interno e dalla cucina qualcuno chiamò di nuovo. Era un vicino venuto a riprendere il recipiente vuoto lavato il giorno prima, che aspettava di portarsi a casa la sua brocchetta. Nessuno era venuto a metterle fretta perché vendesse l’estate intera.
Porse la brocca. Dietro il banco c’erano due giare che prima aveva avvicinato troppo e dovette chinarsi per girarle e separarle. Gao Jiang passò davanti alla porta e, vedendola spingere di gomito, rise. Gliel’aveva detto di lasciare mezzo passo di spazio in più e lei aveva insistito che ci stava. Yao Jia rispose che lei ci stava, erano le giare a essere grasse. Appena lo disse, risero tutte e due. Gao Jiang non entrò a darle il cambio. Doveva finire di consegnare quel giorno la pila di panni lavati e inamidati che aveva in braccio, e di lato aveva infilato una scarpa di Xiao Geng con la tomaia staccata, da portare prima a riparare.
Yao Jia raddrizzò la giara e solo allora uscì dietro a Gao Jiang per dirle che aveva aperto le prugne candite. Gao Jiang disse che, se fosse tornata presto verso sera, sarebbe venuta ad assaggiarle, e le proibì di tenere per sé tutta la metà migliore. Lei rispose che erano sue fin dall’inizio. Gao Jiang alzò una mano e le gridò che allora aveva una ragione in più per venire a vedere quanto dolce riuscisse a mangiare. Non rallentò e la sua figura sparì presto dietro l’angolo del vicolo.
Quella sera Gao Jiang non venne. Qualcuno aveva consegnato un vestito nel posto sbagliato e lei era andata a recuperarlo. Quando tornò era ormai tardi e gridò soltanto da oltre il muro che avrebbe assaggiato l’indomani. Yao Jia rimise al fresco le prugne che le aveva riservato. Il fatto che quella sera l’amica non fosse riuscita a venire non le fece smettere di cuocere il proprio riso. Si servì una scodella, prese un po’ di zucca sotto sale e solo a metà scodella si accorse che il contorno era poco. Andò alla giara a prenderne ancora. Dalla finestra un quadratino di luce le cadde sul polsino. Anche a mangiare da sola, a quanto pareva, una volta bisognava alzarsi per servirsi ancora.
Il diciotto andò dai Qin con le due giare di verdure in conserva ordinate l’ultima volta. Erano venuti a chiederle il diciassette e avevano concordato di ritirarle entro il ventuno. Il giorno prima avevano già visto il campione maturo e quel giorno erano arrivati abbastanza aiutanti, perciò il cuoco aveva fatto anticipare il ritiro. Lei e il garzone sorreggevano una giara ciascuno. All’arrivo controllarono le imboccature come stabilito. Otto wen di manodopera a giara, sedici per due, ingredienti e recipienti a parte. Qin Shouyi non c’era, ma aveva lasciato il denaro al responsabile, senza farla aspettare in piedi il ritorno del padrone per sentirsi dire che le faceva un favore.
Lei riscosse il denaro e il garzone chiese se d’ora in poi il prezzo sarebbe rimasto quello. Yao Jia rispose che per il prossimo lotto avrebbe prima visto che cosa volevano e quante giare. Per oggi si limitava a riscuotere tutto il dovuto. Lui, un po’ in imbarazzo, disse che il padrone voleva sempre sapere in anticipo come sarebbero andate le cose, per poi poter confrontare con un altro fornitore. Lei gli diede un foglio e gli disse che poteva portare il conto di oggi per il confronto. Se l’altro fornitore andava davvero bene, non doveva preoccuparsi in anticipo per lei. Lo disse con calma, ma una volta fuori avvertì dentro di sé un piccolo vuoto. La libertà che aveva dato a parole non era ampia quanto aveva sperato di sentire dentro.
Per strada vendevano mazzetti di artemisia. Ne scelse uno piccolo, con gli steli più sottili, da mettere sotto lo scaffale una volta tornata. Il venditore disse che quello grande profumava di più. Lei lo annusò e in effetti era più intenso, ma alla fine prese comunque il piccolo. In casa c’era poco spazio e non voleva che ogni cosa coprisse l’odore dell’aceto. Passando accanto al pozzo sentì il familiare sentore aspro della sua bottega. Di colpo le parve che quella frase di sua madre le vivesse sulla lingua da tanti anni, tanto che prima di cambiare un piattino o spostare una giara doveva sempre girarle intorno. Ora poteva farlo anche solo perché desiderava un profumo più lieve.
Quella sera la barca che risaliva il fiume portò un biglietto di Lu Yan. Il foglio era piccolo. Diceva che sua madre era rientrata il quindici, che l’albero era vivo e aveva tante foglie, solo che non faceva frutti. Lui aveva bruciato la zuppa di riso una volta, e suo padre era riuscito ad andare a prendere il tè. In fondo c’era ancora una frase. A sua madre, in effetti, non piaceva che le mettessero tanto cipollotto in una ciotola. Solo quel giorno lui l’aveva capito con certezza. Leggendo, Yao Jia all’inizio accennò appena un sorriso. Arrivata alla zuppa bruciata, scoppiò a ridere.
Accostò il foglio alla lampada. I caratteri non erano scritti con la solita cura e in un punto pareva che il foglio fosse stato piegato camminando, con una piega di traverso sull’inchiostro. Una frase risaliva lungo il margine. Diceva che la sorella di sua madre, temendo che lei avesse dormito male, le aveva riscaldato più volte la colazione. Yao Jia rimase a guardare a lungo. Le sembrò che per la prima volta riuscisse a vederlo davvero senza la sopravveste da responsabile delle merci, mentre restava perplesso davanti a una pentola o teneva in mano una scodella aspettando che suo padre finisse con calma di parlare.
Le venne voglia di rispondergli che a quanto pare anche suo padre si preoccupava. Sollevò il pennello e si fermò. Non le sembrava il suo modo di parlargli, sembrava quasi che volesse dare un giudizio sui suoi familiari al posto suo. Alla fine scrisse soltanto che il cestello nuovo per la cottura a vapore di Gao Jiang era stato riparato, che le focaccine ai germogli avevano ancora la pasta spessa e che Xiao Geng si ostinava a dire che era un pregio. Poi aggiunse che aveva aperto un’altra giara piccola di prugne zuccherate. Stavolta erano molto dolci e a lei piacevano proprio così. Non allegò prezzi della merce e non gli chiese quando le avrebbe trovato posto sulla prossima barca.
Un angolo della lettera era vuoto. Prese il pennello e disegnò quell’omino di legno, con la testa un po’ più piccola e i piedi volutamente grandi; alla fine lo fece penzolare a testa in giù da una corda. Terminato il disegno, rise per prima: pensò che, se Lu Yan l’avesse riconosciuto, avrebbe certamente riso dicendo che con quei piedi non sarebbe riuscito a fare la capriola; se non l’avesse riconosciuto, avrebbe aspettato il suo ritorno per mostrargli quello vero. Sul foglio restava ancora uno spazio vuoto. Rimase un momento in piedi con il pennello in mano, poi lo posò, senza cancellare in una macchia nera ogni parola rimasta inespressa.
Di buon mattino, il diciannove, il biglietto partì con la barca che scendeva il fiume. Sarebbe arrivato a Yuepu al più presto la sera del venti. Lei disse al corriere il nome e quello della casa di spedizioni Yonghe. Vedendo che aveva preso nota con chiarezza, non continuò a ripetersi. Quando l’uomo se ne andò, lei teneva ancora in mano il pennello sottile con cui aveva disegnato l’omino. Girando un dito lo macchiò d’inchiostro e andò a lavarlo. L’acqua era fresca e le arrivò appena anche il sentore del mazzetto di artemisia del giorno prima.
Gao Jiang venne finalmente ad assaggiare le prugne. Ne diede un piccolo morso accanto al banco e aggrottò subito le sopracciglia. Yao Jia si allarmò e le chiese se fossero andate a male. L’altra disse che erano buone, ma così dolci che le pareva che le avesse cacciato in bocca un piattino di zucchero. Yao Jia scoppiò a ridere. Rise anche Gao Jiang e disse che prima si lamentava che gli altri non capissero il gusto di Xinniang, mentre ora era pronta a stupirsi da sé di tutt’altro sapore. Yao Jia si riprese il piattino e fece apposta a non dargliene una seconda. Gao Jiang allungò una mano dietro di lei e protestò che erano sì dolci, ma un’altra non le avrebbe mica incollato i denti.
Si contesero la prugna al punto che Xiao Geng accorse da fuori, credendo che ci fosse davvero qualcosa di divertente. Gao Jiang gli mostrò il nocciolo. Lui, delusissimo, preferì tornare dal suo omino di legno. Disse che i grandi dovevano ridere a quel modo perfino quando mangiavano qualcosa di aspro, e come facevano gli altri a capire che cosa ci trovassero di tanto allegro? A sentirlo Yao Jia non riuscì più a smettere di ridere. Solo quando il piattino urtò piano lo spigolo del banco si affrettò a tenerlo fermo, prima di spargere davvero anche il dolce per terra.
Verso sera, il ventuno, sigillò di nuovo l’orcio con lo zucchero. Lasciò ancora riposare l’altro, quello piccolo delle prugne salate, perché il sapore penetrasse meglio. I due aceti vecchi nel cortile sul retro avevano ciascuno il proprio cucchiaio e la nuova fermentazione passava lentamente l’estate all’ombra. Annotò quante brocche aveva venduto quel giorno, mise da parte il pennello e non diede a nessuno da portare via la mezza prugna rimasta nel piattino. La morse e l’aspro le fece socchiudere gli occhi. Dopo un po’ allungò di nuovo la mano e aggiunse a quel poco d’aspro il pizzico di dolce che desiderava.
· Fine del capitolo ·
Questo libro è un'opera originale scritta con l'assistenza dell'AI, ampliando 《长干行二首》 di Li Bai e il racconto originale di questo sito «Vecchi conti tra le prugne verdi». Personaggi, ditte commerciali, prezzi, geografia e cronologia sono interamente inventati; conserva il nucleo dell'opera originale: chiarire i vecchi debiti, restituire visibilità alla maestria artigiana e al lavoro, e ridefinire da adulti i termini dei rapporti. Non è una biografia del poeta.
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