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Un volume tra le mani

Romanzo di rotte commerciali e ricongiungimenti, ambientato in un'antichità immaginaria

Chi manca nel registro

Ku Wuji · Creazione con IA · 12909 caratteri · circa 13 minuti

Il venti del quinto mese, il garzone della famiglia Qin venne a chiedere se quell'anno si potessero consegnare come al solito i cetrioli e le altre verdure.

Yao Jia stava lavando un piattino. L’acqua le scorreva lungo il polso e le entrava nella manica. Quando sentì dire «come al solito», sulle prime non alzò la testa. Il garzone era lo stesso ragazzo venuto a prendere gli orci il quattro. Aspettava al banco, senza capire perché lei rigirasse un piattino già pulito. Disse che il padrone doveva dare diversi banchetti e che il giorno prima lo aveva mandato a chiedere di bottega in bottega, perché al momento buono non dicessero tutti di non aver preparato niente.

Posò il piattino e chiese quante giare volessero. Il ragazzo tese tutte e due le mani, si accorse che non bastavano e aggiunse di nuovo la destra, finendo per confondersi da solo. Si affrettò a dire dodici, dodici, l’aveva scritto il padrone. Tirò fuori dalla veste un foglietto. C’era scritto proprio dodici giare, e chiedevano che lei rispondesse con una quantità. Yao Jia guardò quelle mani che non avevano ancora raccapezzato il conto sulle dita e le sbollì un poco la rabbia che le aveva fatto venire quel «come al solito».

Gli disse di riferire che sarebbe andata lei l’indomani pomeriggio. Per ora erano pronte solo poche giare di verdure in conserva. Se avesse accettato l’intero ordine, avrebbe dovuto prendere il resto da quanto riservato agli altri clienti abituali, e per il momento non intendeva farlo. Il garzone tirò un sospiro di sollievo, prese il sorso d’acqua tiepida che lei gli offriva e, dopo aver bevuto, le chiese che numero avesse fatto con le dita. Quindici, rispose Yao Jia. Lui si guardò le mani con gli occhi sgranati. Lei finalmente rise e gli disse di non rifare il conto con due mani davanti al padrone.

L’indomani portò il foglio delle nuove forniture e un cartoccetto di zucche e verdure in conserva già pronte da mangiare. Nel cortile sul retro, Qin Shouyi stava provando un tavolo. C’era una zeppa di legno sotto una gamba e bastava posarci una ciotola perché facesse rumore. Disse di cambiarlo, ma il garzone rispose che erano tutti in prestito e quale mai non traballava? Quando Yao Jia entrò, Qin era accovacciato a piegare da sé un foglio da infilare sotto la gamba. A vederla, si raddrizzò solo dopo un bel po’, con uno schiocco del ginocchio.

Per prima cosa diede le verdure a chi stava ai fornelli perché le assaggiasse, senza mettersi lì accanto a spiegare come faceva sua madre. Dovevano accompagnare una carne piuttosto grassa. Dopo l’assaggio, uno disse che andavano benissimo. Un altro trovò il taglio un po’ grosso e disse che, una volta portate via, avrebbe dovuto ripassarle al coltello. Yao Jia disse che per quella partita il taglio era quello. Se la prossima volta le volevano più fini, glielo dicessero per tempo, senza aspettare di averle ritirate per mandare un garzone a lamentarsi. L’uomo acconsentì, prese due fette con le bacchette e le mise sul bordo della sua ciotola, per provarle di nuovo quando fosse arrivata la carne calda.

Qin Shouyi la invitò a sedersi e le chiese se il sapore di una volta fosse rimasto lo stesso. Lei rispose che alcuni gusti erano rimasti e che ce n’erano anche altri. Quella partita era proprio del tipo che usavano prima. Soddisfatto, lui allungò la mano verso il foglio della merce nuova, ma si fermò alla riga della manodopera e disse che un tempo Xinniang non la indicava per ogni orcio. Di conti se ne intendeva, e nello scorrere il dito verso il basso evitò prima il nome di sua madre.

Yao Jia disse che anche un tempo c’era chi faceva il lavoro. Stavolta segnava a parte otto wen per giara per pulire, tagliare, mescolare e ricontrollare il contenuto. La cauzione delle giare restava rimborsabile e il trasporto dal molo in poi si pagava al costo effettivo. Se volevano soltanto le verdure senza prendere in prestito le giare, gliele avrebbe confezionate al ritiro. Qin Shouyi lesse e le chiese se stesse mettendo nel conto di oggi anche ciò che allora non era stato pagato. Lei scosse la testa. Nei primi giorni del mese aveva fatto tutto quel lavoro con le sue mani. Per giustificare quella riga bastava quello, senza risalire a sei anni prima.

Lui posò il foglio e ricordò il riso che aveva portato a Ruan Xin e le giare che aveva sollevato per lei nei giorni di pioggia. Se si fosse contato tutto, disse, forse nessuno doveva poi tanto agli altri. Yao Jia ascoltò, premendo le dita contro il ginocchio. Voleva ribattere chiedendo se quei pochi giorni in cui aveva portato il riso potessero compensare tutte le notti di un anno intero. Prima di parlare vide dietro la porta la vecchia giara di terracotta, con una riparazione sul collo. Sua madre l’aveva davvero presa in prestito dai Qin. C’erano tante cose accadute, tutte ammassate insieme, e la sua rabbia non poteva cancellarne nessuna.

Lei gli chiese se ricordasse che sei anni prima sua madre aveva chiesto che il suo lavoro artigiano fosse conteggiato come quota. Qin Shouyi si rabbuiò un poco e rispose che se ne ricordava, ma a quel tempo c’erano altri soci e una parola sua non bastava per assegnare le quote. Disse che adesso era disposto a parlare con lei di tre o cinque orci di verdure e non intendeva richiamare tutte le famiglie di allora intorno allo stesso tavolo.

La risposta era secca, e nel suo tono non c’era alcun accenno che, a insistere, lui avrebbe ceduto. Yao Jia aveva creduto che portargli il foglio nuovo sarebbe servito almeno a fargli ripetere un po’ più piano quel vecchio discorso sull’aiutarsi tra vicini. Ora vedeva che non era disposto nemmeno a moderare il tono. Lui abbassò la testa e continuò a guardare i prezzi, come se, purché l’ordine che aveva davanti fosse fattibile, il passato potesse restare nel mobile che si guardava bene dall’aprire.

Sollevò la mano dal ginocchio e indicò di nuovo la riga delle dodici giare. Stavolta poteva dargliene solo tre, da ritirare il pomeriggio del ventitré. Per le altre doveva chiedere altrove quanto prima. Qin Shouyi alzò lo sguardo, sorpreso, e le chiese se fosse per le parole di poco prima che non voleva fare l’intero lavoro. Yao Jia era davvero un po’ arrabbiata. Se non lo fosse stata, forse avrebbe cercato di tirar fuori altre due giare. Ma di pronte ne aveva soltanto quelle e gli altri clienti a cui le aveva già promesse stavano aspettando. Glielo disse come stavano le cose, senza fingersi del tutto calma.

Qin Shouyi non accettò subito. Chiese se, con tre sole giare, si potesse ridurre il costo del lavoro, visto che a farle insieme non ci voleva poi molta fatica in più. Lei gli mostrò uno dei controlli, dicendo che tre giare avevano pur sempre tre imboccature da verificare. Per far pagare meno avrebbe dovuto saltare quel passaggio, e nessuno l’avrebbe voluto. Lui tacque per un po’, prese il campione e ne assaggiò un’altra fetta. Infine annuì e disse che sarebbe venuto a ritirarle il ventitré, senza aspettare che gliele consegnassero a mezza giornata dal banchetto.

Le tre giare contenevano in tutto trenta jin piccoli. I ventiquattro wen di manodopera figuravano a parte, mentre ingredienti e giare seguivano le condizioni del foglio nuovo. Qin Shouyi ne tenne una copia e Yao Jia portò via l’altra. Sulla porta la richiamò il cuoco. Aveva finito le due fettine che prima aveva messo accanto alla carne calda e disse che la volta dopo poteva anche tagliarle più spesse. A lui, con quel sapore deciso, andavano benissimo, senza doverle fare tutte sottili come piaceva all’altro. Lei acconsentì. Fuori splendeva il sole, ma aver concluso l’affare delle tre giare non bastò ad asciugare dentro di lei quelle parole dure di poco prima.

Per strada fece una deviazione a casa della zia. Yao Lan stava scucendo una vecchia manica. I punti erano così fitti che dopo un bel po’ ne aveva liberato appena un pollice. Vedendola con il foglio in mano, le disse di sedersi e di stare attenta all’ago sullo sgabello. Yao Jia si affrettò a rovesciare lo sgabello per controllare. La zia rise e disse che non c’era da averne tanta paura, mica si sarebbe davvero dimenticata un ago lì perché lei ci si sedesse sopra. A Yao Jia non restò che sedersi di fronte a lei e aiutarla a tenere fermo il polsino.

Lei le raccontò che i Qin non volevano parlare della vecchia quota. Yao Lan ascoltò senza fermare le forbicine. Solo quando sentì parlare dei tre orci chiese se avrebbe fatto in tempo. Yao Jia rispose di sì, che il contenuto era già maturo e non l’aveva messo negli orci quel giorno. La zia annuì senza ripeterle tutti i torti che aveva subito sua madre. Fuori passò qualcuno a vendere meloni freschi, con un richiamo dalla cadenza insolita. Yao Lan lo fermò all’improvviso, si sporse a chiedere quanti wen costasse un melone, trovò che era troppo caro e tornò a sedersi.

Yao Jia era rimasta un po’ delusa che la zia avesse lasciato cadere il discorso sulla vecchia quota. Vedendo quanto si capisse che pensava ancora a quel melone, non resistette e le chiese se avesse davvero voglia di mangiarlo. Yao Lan rispose che col caldo chi non ne aveva voglia? Ma era davvero caro e non voleva che la nipote corresse a comprarglielo appena lei ne aveva fatto parola. Yao Jia rise e disse che non si era mossa. Continuarono a tenere ferma ciascuna metà della manica, ascoltando il venditore di meloni che si allontanava piano. La zia finì persino per canticchiare un pezzetto del suo richiamo.

«A cantare così, farai andare le tue galline nel pollaio sbagliato.» disse Yao Jia.

Yao Lan le diede un colpetto sulla mano con la manica e disse che da piccola ripeteva cantando ogni frase che lei le insegnava, mentre adesso che era grande sapeva solo trovare da ridire. Yao Jia ricordava che nei tre anni passati a casa della zia voleva sempre sentirla canticchiare la sera. Anche quando sbagliava un passaggio, non le permetteva di fermarsi. Poi, quando sua madre veniva a prenderla, la tirava a sé per dirle che il cibo della zia non le era mancato, per paura che la zia sentisse e le dicesse di nuovo che era dimagrita. A quel pensiero chinò la testa sorridendo. La zia le chiese di che cosa ridesse e lei rispose che si ricordava di quanto fosse stata testarda nel negare le cose.

Yao Lan disse che mica succedeva solo una volta. Risero e alla fine la manica fu scucita. La zia accostò alla luce il tessuto nuovo e quello vecchio. Sul dorso della mano aveva rughe sottili, ma le dita erano svelte e le bastò stringere il capo del filo per unirli. Yao Jia la guardò un po’, poi disse all’improvviso che nel registro, per quei tre anni, aveva aggiunto il nome di sua zia, oltre a scrivere che sua madre aveva contribuito con del riso. Yao Lan alzò lo sguardo e dopo un momento rispose che poteva ben scriverlo, purché la prossima volta che si vedevano non si presentasse con la faccia di chi deve tre anni a qualcuno. Da piccola aveva anche riso, mica aveva soltanto mangiato.

Ripensò alla gallina nera nel cortile della zia, sempre pronta a rubare le focaccine. Disse che sì, aveva riso davvero e che una volta aveva perfino corso con la gallina in braccio. Quando sua madre era venuta a prenderla, aveva un buco nei pantaloni per una beccata. Yao Lan rispose subito che era stata lei a nascondersi la focaccina nei pantaloni, costringendola a rammendarli per mezza notte. Aveva persino pensato che ci fosse un chiodo da qualche parte nella staccionata. Yao Jia rise chinando la testa, e il nastrino color albicocca le scese dai capelli fin vicino alla mano. La zia lo vide e glielo rincalzò dietro lo spillone, dicendo che, con un colore così luminoso, sarebbe stato meglio fermarlo un poco più avanti, davanti all’orecchio.

Lasciò che la zia le spostasse il nastro e rimase seduta immobile. Le dita di Yao Lan le sfiorarono l’orecchio. Le chiese se l’avesse comprato già da un po’, perché l’ultima volta non l’aveva guardato bene. Yao Jia disse che l’aveva preso da una decina di giorni. Allora è ancora nuovo, disse la zia, non lavarlo di continuo o perderà consistenza. Yao Lan spianò l’angolo del nastro, fece un passo indietro per guardare e d’un tratto disse, a voce molto bassa, che era bello. A Yao Jia si scaldarono gli occhi. Voleva toccarlo, ma temeva di scomporlo appena sistemato, così si limitò a prendere lo specchio lì accanto per il dorso, senza osare girarlo subito.

Quel giorno rimase ancora un po’ dalla zia, senza tirare fuori tutti i vecchi conti per tornare a chiedere spiegazioni. Yao Lan tagliò un meloncino poco dolce, avanzato dagli acquisti del giorno prima. Aveva trovato cari i meloni appena arrivati, ma in casa aveva ancora qualcosa di fresco da offrire. Quando ebbero finito, sul piattino restò un mucchietto di semi. La zia chiese a Yao Jia se ultimamente avesse visto Lu Yan. Lei rispose che non l’aveva visto, era ancora a Yuepu.

Yao Lan fece «mh» e per un po’ non disse come secondo lei bisognasse comportarsi. Alla fine non seppe trattenersi e disse che, quando fosse tornato, bisognava pur lasciargli dire una parola di persona. Yao Jia rispose che anche lei aveva qualcosa da dire. La zia la guardò di sbieco, mosse appena le labbra come se volesse aggiungere qualcosa e alla fine le spinse davanti l’ultima fettina di melone. Lei la mangiò. Era meno dolce di quelli che le piacevano una volta, ma così succosa che alla fine aveva il palmo bagnato.

Il pomeriggio del ventitré, i Qin vennero a ritirare di persona tre giare. In due le tennero ferme e controllarono tutte le imboccature. Pagarono secondo la nuova pagina del registro, compresi i ventiquattro wen di manodopera. Yao Jia mise via il denaro, senza registrare quel piccolo importo come il recupero della quota che sarebbe spettata a sua madre allora. Il cuoco aveva fatto dire che la prossima volta voleva metà delle verdure tagliate fini e metà più grosse. Il ragazzo delle commissioni, per paura di sbagliare, si fece due segni sul palmo. Lei gli diede un pezzo di carta da buttare e gli disse di non lavarsi via anche il campione delle verdure quando si fosse lavato le mani.

Congedati gli altri, vide Yu Erniang tornare dal molo con due ceste vuote in spalla. Yao Jia la chiamò, tirò fuori il pezzetto di legno del falegname He e le mostrò a gesti come alleggerire il busto dell’omino di Liang Baishun. Yu Erniang rise appena lo vide. Allora era andata davvero a chiedere. Le disse di portarglielo lei stessa quella sera, così di giorno lui non avrebbe preso tutti i coltelli per preparare i fasci di foglie per mettersi a intagliare quello.

Lì accanto Xiao Geng sentì parlare di capriole, gli si illuminarono subito gli occhi e volle andare anche lui a vedere. Gao Jiang lo trattenne per il lembo della veste e gli disse che per quel giorno sarebbe tornato a casa con lei. L’indomani, se zio Liang era d’accordo, ci sarebbe andato. Non poteva pensare che, appena sentiva parlare di qualcosa di divertente, tutti in casa dovessero andargli dietro. Il bambino fece una smorfia di delusione. Yu Erniang, trattenendo il riso, gli disse che appena l’omino avesse saputo fare la capriola lo avrebbe chiamato dall’imbocco del vicolo, e che se la capriola non fosse riuscita, la figuraccia l’avrebbero fatta prima gli adulti. Solo allora Xiao Geng tornò accanto a sua madre.

Yao Jia la accompagnò per qualche passo, guardando le due ceste vuote urtarsi piano sulla sua schiena. Nel cortile, le nuove pagine erano già state messe via. La parte che sua madre non aveva ricevuto era ancora nel vecchio registro. Chiuse lo sportello del banco e lavò le ciotole per la cena. Nell’acqua si rifletteva quella punta di color albicocca accanto all’orecchio e, appena mosse la mano, il chiarore si disperse dolcemente.

· Fine del capitolo ·

Questo libro è un'opera originale scritta con l'assistenza dell'AI, ampliando 《长干行二首》 di Li Bai e il racconto originale di questo sito «Vecchi conti tra le prugne verdi». Personaggi, ditte commerciali, prezzi, geografia e cronologia sono interamente inventati; conserva il nucleo dell'opera originale: chiarire i vecchi debiti, restituire visibilità alla maestria artigiana e al lavoro, e ridefinire da adulti i termini dei rapporti. Non è una biografia del poeta.

Indice del libro · 38 capitoli
  1. Le prugne verdi nella manica
  2. Il vapore alla bocca dell’orcio
  3. Accettarne solo centosessanta
  4. Una cucchiaiata troppo dolce
  5. Una macchia d’inchiostro accanto al cavallino di bambù
  6. Le prugne si erano già ammorbidite
  7. Il giorno del ritorno alla barca
  8. L’accordo sfumato
  9. Una scodella lasciata a raffreddare
  10. La lingua non ricorda
  11. Lo spazio che non bastava
  12. Due copie dell’accordo di trasporto
  13. Le foglie lasciate per ora a riva
  14. La domanda rimasta in sospeso
  15. Sul fiume non c’è posto
  16. I noodles estivi hanno un sapore troppo forte
  17. Il padre è ancora a tavola
  18. Le foglie al sole
  19. Raccontare tutta quella notte
  20. Pranzo nel Vicolo delle Tegole
  21. Prima di saldare tutto
  22. Chi manca nel registro
  23. Tre giorni controcorrente
  24. Questi undici anni non sono stati vuoti
  25. Restituire un fascio alla volta
  26. Un piattino dal sapore più delicato
  27. I tre giorni di mia madre
  28. L’asprezza che non arriva
  29. Quando tornerai
  30. Diversamente da quando erano giovani
  31. Barche, alcune prima e altre dopo
  32. Un piattino di prugne fuori vendita
  33. La lanterna scende verso l’acqua
  34. Due giorni lungo il fiume, verso valle
  35. Sulla sua riva
  36. Le strade che voleva vedere da sé
  37. Una stanza in cui vivere
  38. C’è ancora spazio sulla pagina nuova

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