Romanzo di artigianato e vita sociale, ambientato in un'antichità immaginaria
Una ciotola di riso non più caldo
Ku Wuji · Creazione con IA · 10857 caratteri · circa 11 minuti
Quando Gu Qing si svegliò, nel focolare non c'era fuoco. La sera prima, mentre riponeva l'ultimo vassoio di centri per i fiori, aveva visto la nonna che alla lampada separava i fili di colore sbagliato. Aveva pensato che l'anziana si sarebbe alzata per prima, come sempre. Si gettò addosso un vestito ed entrò in cucina. Il coperchio della pentola era freddo, sul tagliere c'era mezzo daikon affettato a metà e il dorso del coltello teneva fermo un lembo di stoffa.
Shen Su sedeva sul bordo del letto e si strofinava un occhio. La palpebra destra era tutta gonfia, ma in mano stringeva ancora quella stoffa, come se a metà del gesto si fosse dimenticata di posarla. Gu Qing gliela strappò di mano e la portò alla finestra per guardarla. Nella stoffa c’era un ago sottilissimo spezzato. La nonna disse: «L’ho trovato ieri sera, non era sulla coperta. Non ti spaventare così.»
Gu Qing non rispose. Prese il piattino degli aghi, il rocchetto e le forbicine e li mise tutti sull’armadio alto. Shen Su tese la mano per prenderli, ma lei li spostò fuori dalla sua portata. Mise invece accanto al letto una cesta di steli grossi e disse: «Per qualche giorno fai solo questi. Lascia stare gli aghi sottili. Al pranzo penso io, tu stai seduta.»
Il fuoco sotto la pentola l’aveva acceso lei, ma la pappa di riso era così densa che il cucchiaio ci stava in piedi. La nonna le disse di aggiungere mezzo mestolo d’acqua calda. Gu Qing, preoccupata che stesse in mezzo alla corrente, pensò solo a spingerla in camera. Quando tornò a guardare la pentola, il fondo era già bruciato. Grattò via lo strato nero e portò due ciotole. Mise il sale nella propria e vietò alla nonna di aggiungerlo alla sua, dicendo che con l’occhio gonfio doveva mangiare leggero. Shen Su assaggiò un boccone senza dire se fosse buono o cattivo, poi spostò la ciotola accanto alla finestra e aspettò che si raffreddasse.
Sbrigata la colazione, Gu Qing uscì a comprare carta grezza. Passando davanti alla piccola erboristeria, prese un cartoccio di erbe per lavare gli occhi. In bottega le avevano detto solo di evitare di stare alzata fino a tardi a fare lavori di precisione da vicino e di tornare se il rossore e il dolore non fossero passati. A casa, invece, Gu Qing riferì che d’ora in poi la nonna non avrebbe più potuto prendere in mano ago e filo. Quando la nonna le chiese chi l’avesse detto, lei fece il nome della bottega, posò il cartoccio sul tavolo e corse a contare i petali del giorno prima.
«Vuoi che chieda il permesso a quel signore per ogni singola cosa prima di lasciarmela fare?» disse Shen Su.
Gu Qing tenne ancora più ferma la bacinella dell’appretto: «È che ho paura che ti stanchi, no?»
Parlò a bassa voce, ma dentro le ardeva un fuoco. Entro tre giorni doveva preparare tutto il materiale di base per la prima partita di fiori e Xiaoman era disposta a venire solo mezza giornata. Se la nonna si era ferita all’occhio, sarebbe toccato a lei lavarglielo e medicarlo, scaldare l’acqua e badare alla casa. Temeva che l’occhio si fosse davvero rovinato e temeva anche che, da quel momento in poi, ogni sua giornata dovesse essere spezzettata ancora di più. Appena il pensiero affiorò, abbassò il viso. Sotto la pressione delle dita rimase una riga bianca sul petalo.
Il ventisette la signora Chen venne a chiamare Shen Su per andare a trovare una vecchia conoscente a sud della città. La vecchia aveva già indossato la sua giacca imbottita consumata e, sopra, quella che Gu Qing le aveva comprato nuova e a cui aveva rifatto il colletto; in mano portava due pacchetti di fagioli tostati. Gu Qing sbarrò la porta, dicendo che nella notte era caduta la brina e che a sud della città c’erano tre li di strada: al ritorno le avrebbero fatto di nuovo male le ginocchia. La signora Chen disse che avevano noleggiato il carrettino con l’asino dei vicini: avrebbero diviso il costo in tre, sarebbero andate direttamente e non avrebbero camminato all’aperto.
Gu Qing insistette. «Aspetta che ti passi il male agli occhi. Zia Chen, non darle corda.»
Zia Chen mosse appena un sopracciglio e non rispose. Shen Su posò i fagioli tostati all’interno della soglia e chiese: «A che ora parte il carro?»
«Fra mezzo quarto d'ora. Aspetto all'imbocco del vicolo.» Zia Chen uscì.
Gu Qing tirò un sospiro di sollievo, pensando che la faccenda fosse chiusa. La nonna le passò accanto ed entrò in camera. Svuotò il sacchetto di stoffa in cui teneva gli aghi e ci mise una veste leggera e un paio di scarpe dalla suola morbida, poi prese da un angolo del cuscino il proprio borsellino. Quando Gu Qing vide che aveva arrotolato anche il panno per lavarsi il viso, le caddero di mano alcuni fogli.
«Vado a stare due notti da Qingniang», disse Shen Su. «Ha un letto libero. Dopo la visita torno a dormire da lei, così non devo correre prima che faccia buio.»
«Te ne vai di casa per una cosa da niente come questa?»
La nonna non rispose subito. Non riusciva ad accovacciarsi, così si sedette sullo sgabello per mettersi le scarpe. Dovette provare due volte prima di riuscire a infilare il piede destro. Gu Qing non poté fare a meno di chinarsi e allungare la mano, ma l’anziana ritrasse il piede di mezzo pollice. «Aspetta un momento, so metterla.» Gu Qing rimase lì, mezza accovacciata, a guardarla tirare su piano il tallone della scarpa. D’un tratto quella stanza in cui avevano vissuto per tanti anni le sembrò così stretta che non c’era posto nemmeno per lei.
Shen Su si abbottonò il colletto prima di parlare. «Non è per questa sciocchezza. Se temi che mi rovini gli occhi, puoi mettere via l’ago per il momento. Ma quando esco, chiedimi prima dove vado, con chi e per quante notti mi fermo.»
«Ma devi proprio andare a vedere i loti? In barca si dorme male, in un posto sconosciuto non c’è nemmeno l’acqua calda, e con quel ginocchio che ti ritrovi…»
Voleva soltanto dirle una delle cose che la preoccupavano, ma quando le parole uscirono furono come un’altra porta che si chiudeva. Shen Su alzò gli occhi verso di lei. Gu Qing andò fino in fondo e disse che quell’anno non sarebbero andate. Ne avrebbero riparlato la primavera successiva, quando il lavoro fosse più stabile e la nonna si fosse rimessa. Per quella frase aveva già pronte molte ragioni: le coperte imbottite, le assi della barca, il rischio di ammalarsi per strada, quello di ritrovarsi senza da mangiare davanti a una porta chiusa. Erano tutte vere.
La nonna la ascoltò fino in fondo e riprese in mano il sacchetto di fagioli tostati: «Io devo ancora dire se voglio andarci proprio quest’anno. Tu hai già detto al posto mio che non ci vado.»
Quando la porta si chiuse, Gu Qing non le corse dietro. Raccolse i fogli da terra uno a uno, ne fece una pila ordinata e la batté tre volte contro un angolo del banco. I bordi erano allineati, ma a lei non sembrarono abbastanza dritti e batté la pila di nuovo. Solo quando non sentì più le ruote all'imbocco del vicolo si ricordò che la nonna aveva dimenticato la fascia per il ginocchio. Corse fuori. Nel vicolo un cane giallo annusava l'acqua della brina sciolta e il carretto dell'asino aveva già svoltato.
Pensò di portargliela subito, poi si disse che così avrebbe solo dato alla zia Chen qualcosa di cui ridere. La ginocchiera restò sul tavolo, stretta fra due vassoi di pezzi da inamidare. A mezzogiorno arrivò Xiaoman. Vedendola aggiungere acqua a una pentola di pappa di riso fredda, le chiese se volesse che le portasse due focacce calde. Gu Qing scosse la testa, poi la richiamò e tirò fuori quattro wen. «Due. Non dirlo a nessuno.» Xiaoman parve non sentire l’ultima frase e le chiese soltanto se le volesse con il cipollotto.
Quel giorno finì gli steli grossi più in fretta del solito, perché nessuno la sollecitava ad alzarsi per mangiare e nessuno le chiedeva se c’era acqua calda. A sera raddrizzò la schiena, ma dietro di sé sentì un vuoto freddo. Aveva riscaldato due volte la pappa di riso e ancora non l’aveva finita. La ciotolina della nonna era capovolta sul tavolo, con la sbeccatura dell’orlo rivolta all’interno. Gu Qing tese la mano per girarla verso di sé, poi la rimise com’era.
L’indomani alla fine portò la ginocchiera a casa dei Chen. La porta di zia Chen era socchiusa e da dentro venivano delle risate. Shen Su sedeva sulla soglia illuminata, rifinendo con del filo grosso il bordo di un cuscino di stoffa. Accanto alla gamba aveva il dolce all’osmanto che le aveva portato quella vecchia conoscente del sud della città, e le briciole le erano rimaste attaccate al vestito. Non stava facendo fiori per i Gu e non aveva dormito male perché era fuori casa. Gu Qing si fermò sulla porta. Il viso sciupato che aveva sperato per mezza giornata di vedere non c’era, e lei provò una delusione che non sapeva esprimere.
Shen Su vide la ginocchiera e la invitò a entrare e a sedersi. Gu Qing disse che a casa aveva ancora da fare e che non si sarebbe seduta. La zia Chen le porse sulla porta una ciotola di zuppa calda. Sentendo il profumo del ravanello, Gu Qing avvertì di colpo un bruciore allo stomaco e solo allora si accorse che anche quella mattina aveva mangiato appena mezza focaccia fredda. Prese la zuppa e si sedette a un lato della soglia. La zia Chen, che stava scucendo un lenzuolo strappatosi a forza di lavarlo, non cercò di farle riappacificare e le chiese se poteva aiutarla tenendo l’altro capo.
Il bordo della stoffa era teso fra loro. Shen Su lo tagliò nel mezzo, tenendo una striscia per rattoppare la biancheria da letto e dando l’altra a zia Chen per avvolgere la stoffa appena inamidata. Gu Qing tirò troppo forte, nella stoffa vecchia si aprì uno strappetto e tutte e tre si fermarono. Fu lei la prima a dire: «Non avevo visto che lì era sottile.» Shen Su girò lo strappo verso l’interno e cercò un altro filo, senza dirle che aveva sempre fatto così.
Prima di tornare a casa, Gu Qing chiese alla nonna a che ora sarebbe rientrata l’indomani, per sapere quando cucinare. Shen Su disse che sarebbe tornata nel pomeriggio, forse dopo essere passata a sedersi un po’ dalla signora Ji, e che non l’aspettasse per pranzo. Gu Qing accettò. Arrivata all’imbocco del vicolo tornò sui suoi passi e mise la ginocchiera ai piedi del letto. Voleva ancora raccomandarle di non stare seduta troppo a lungo, ma quando aprì bocca chiese: «Qui fa abbastanza caldo di notte?» La nonna indicò l’angolo della coperta, da cui spuntava un ciuffetto dell’imbottitura di cotone appena aggiunta.
In quelle due notti Gu Qing fece anche una cosa che di solito non faceva. Scaldò l’acqua per lavarsi il viso e portò il secchio al pozzo. Vedendo riflessa sull’acqua mezza finestra, si ricordò che la nonna le lasciava spesso l’ultimo po’ d’acqua tiepida perché potesse lavarsi via l’appretto secco dalle dita. Prima, a lei pareva sempre che la bacinella fosse tra i piedi e la portava dietro la porta. Quando aveva finito di lavorare, l’acqua era già fredda. Rim mise la bacinella dal lato interno della vera del pozzo, ma poi le parve di stare ad aspettare che qualcuno tornasse per darle atto del gesto, così si lavò le mani da sé.
Un frammento rosso salì a galla. Degli ottanta steli che doveva consegnare entro l’otto, più della metà erano ancora soltanto steli e petali già divisi. Tolse mentalmente la parte che faceva la nonna. Aveva creduto che fossero soltanto pochi vassoi di centri di fiori. Solo rifacendo il conto delle ore scoprì quanti lavoretti passavano inosservati tra un pasto e l’altro. Tracciò col carboncino alcune righe orizzontali su un foglio di scarto e alla quarta si fermò. Anche un tempo sua nonna aveva avuto soltanto due mani. Non poteva far spuntare per lei un giorno in più ogni volta.
La sera la nipotina della signora Chen venne a prendere in prestito una pinza di bambù e ne approfittò per portarle, da parte di Shen Su, mezzo dolcetto. Era avvolto in un pezzo pulito di vecchia carta da fiori e dentro c'erano anche due prugne aspre. La bambina disse che nonna Shen aveva trovato il dolce troppo zuccherato, perciò lo mandava a lei e per sé aveva comprato le prugne aspre. Gu Qing sentì al tatto i due noccioli duri e ricordò che alla nonna aveva sempre comprato soltanto dolci morbidi, per paura che l'aspro le facesse male ai denti, e che quasi mai le aveva chiesto quali sapori preferisse. Mangiò il mezzo dolcetto in due volte e tenne da parte una prugna, da mettersi in bocca quando le veniva sonno facendo i fiori. L'aspro le arrivò dritto in mezzo alle sopracciglia. Fece una smorfia e infine scoppiò a ridere. In casa non c'era nessuno a vederla.
Alla fine del primo mese la nonna tornò. Le palpebre erano meno arrossate, ma ancora non guardava da vicino gli aghi sottili e al mattino, dopo un po' seduta, si alzava a fare due passi. Gu Qing tolse il porta-aghi dall'armadio alto e lo mise in un ripiano a portata di mano, lontano dalla lampada. Nessuna delle due parlò dei loti e sul tavolo c'erano ancora petali da finire in fretta. Solo che la sera del secondo giorno del secondo mese Shen Su disse che voleva mangiare dei tagliolini e Gu Qing non scelse la pappa di riso al posto suo. Ruppe un uovo nella pentola e ne diede metà a ciascuna. Lasciò sobbollire i tagliolini un momento di più e quando li tirò su erano più morbidi del solito.
· Fine del capitolo ·
Questo libro è un'opera originale scritta con l'assistenza dell'IA, che amplia «Fiori di pruno» di Wang Anshi e il racconto originale di questo sito «La brezza di primavera non è in vendita». Personaggi, attività commerciali, geografia e cronologia sono immaginari; non è una biografia del poeta. Sono conservate le scelte centrali dell'opera originale: salvare l'albero, lasciare senza profumo i fiori di seta e far ammirare i loti a nonna e nipote.
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