Romanzo sulla vita sociale delle donne, ambientato in un'antichità immaginaria
Il tamburo non ha ancora suonato
Ku Wuji · Creazione con IA · 10904 caratteri · circa 11 minuti
Gong Wanchun, finito di ascoltare, posò per prima cosa le bacchette sullo sgabello.
Chiese a Liu Zhaozhao se dirlo prima che lo spettacolo cominciasse o dopo il primo brano. Lei rispose prima: non si faceva passare i bambini davanti agli ospiti, si aspettava che qualcuno ne avesse lodato il bene, e soltanto allora si diceva quale frase, in origine, non valeva. Gong guardò la vecchia veste rossa sul suo braccio e, dopo un momento, chiese ancora: e lui, quando doveva levare il primo colpo.
«Aspetta che ti chiami io.»
«Non chiamarmi soltanto con gli occhi» disse. «Oggi non è detto che a ogni occhiata io indovini.»
Liu Zhaozhao alzò il capo; volle ridere, ma a metà del riso capì che lui non stava scherzando. Dietro la capanna aspettavano gli altri musicanti: il flautista Feng Na traeva il flauto dalla stoffa e lo ripuliva punto per punto; Cao Dalang, che batteva le tavolette, chiedeva ancora se quella sera si facesse sempre il brano detto in precedenza. Un tamburo solo, ma il suono non era di Gong Wanchun soltanto; Liu Zhaozhao si accostò da quella parte e spiegò loro piano piano: prima si parlava, poi si danzava con i passi di quel giorno, e nei due punti della melodia non si inseguivano i giri.
Cao Dalang si accigliò e chiese se avrebbero cantato lo stesso, nel caso in cui il pubblico si disperdesse dopo il discorso.
«Quelli che vorranno restare, per loro si fa lo spettacolo.»
«Io chiedevo del nostro compenso.»
Lo disse senza giri di parole, e anche Feng Na alzò gli occhi. Liu Zhaozhao non si rallegrò per loro: quella sua borsa da dieci tael non era messa insieme col lavoro di nessuno. Mandò qualcuno a chiamare Tao Sheng; Tao venne, guardò prima i musicanti, poi lei, come temendo un'ulteriore voce di spesa. Sentita la domanda di Cao, rispose che il compenso della compagnia per quella sera, cinquecento wen, era già registrato a parte: non si negava perché la signorina aveva parlato prima lei, né si andava a grattare dal denaro del riscatto degli allievi.
Cao Dalang volle vedere prima i soldi. A Tao si irrigidì un angolo della bocca, ma fece comunque portare il denaro.
Una piccola fila di monete di rame cadde sul tavolo; i musicanti le contarono e le ripartirono secondo gli ingaggi originari di ciascuno. Gong prese i suoi centoottanta senza più respingerli ridendo e disse che i conti si sarebbero fatti dopo, finita la faccenda; Feng Na centoquaranta, Cao Dalang cento, e ottanta a Ding Fengniang, che portava il gong; incassato tutto, soltanto allora ciascuno tornò a guardare dove avrebbe dovuto fermarsi, quella notte.
Liu Zhaozhao stava in disparte, ad ascoltare le monete di rame entrare nella borsa una a una, e si sentiva anzi più salda dentro che quando, poco prima, aveva parlato soltanto con Gong.
Ding Fengniang spostò il gong sul lato sinistro, perché chi parlava non facesse suonare la corda. Feng Na chiese se, nella coda più lenta, il flauto dovesse trattenere il fiato in un punto preciso; Gong batté leggermente con le bacchette per farglielo sentire, ma neanche lui osava dire che tutto sarebbe rimasto come prima; provarono una volta, trovarono un punto ancora serrato, e tornò a chiedere a Liu se ritirare prima la mano o richiamare prima lo sguardo.
Non si alzò per provarlo tutto intero: aprì soltanto il ventaglio a metà e accennò un leggero slancio di lato. Quel punto di dolore al ginocchio c'era ancora, ma la mano arrivava. Lo mostrò ai presenti e rispose che da lì si riprendeva; non dovevano, vedendo la manica ancora in aria, credere di essere arrivati tardi e sentirsi in dovere di rincorrere al posto suo fino in fondo.
Tao Sheng rimase in piedi un momento; da fuori qualcuno lo chiamò, e alla fine se ne andò per primo.
Liu Zhaozhao sapeva che era contrariato, e non gli chiese di trattenersi ad ascoltare fino a imparare a memoria ogni suono. Tornò sotto il portico anteriore: Xia Dian aveva già avvicinato le altre tre famiglie; la madre di Qiu Lian si reggeva a un involto di stoffa, i genitori di Wang Que stavano stretti sulla stessa panca, il padre di Han Zhu era in piedi, con il cappello di paglia portato da casa ancora stretto in pugno, come se nemmeno dopo aver preso posto si trovasse un dove posarlo.
I ragazzi erano da un lato; nessuno capiva del tutto perché, essendo già arrivati, non li si facesse sedere ai posti dove la lampada era più accesa.
Lu Song tirò fuori le nuove carte e, senza dire prima che fosse una buona notizia, le lesse foglio per foglio, secondo le somme d'argento originali e ciò che ora si condonava. Quando Xia Dian sentì che non si sarebbe più preteso il doppio di vitto e vestiario per aver riportato a casa la figlia, guardò prima la bambina, e le labbra le si mossero appena; la madre dei Qiu, sentendo che dieci tael venivano restituiti subito, chiese quanto potesse avere per primo ciascuna famiglia: se lei partiva l'indomani, non voleva restare fino a dopodomani per poi sentirsi richiamare indietro, e solo allora si accorse di aver tralasciato un passaggio.
Liu Zhaozhao rispose che si sarebbe cominciato con tre tael a testa per gli Xia e i Qiu, due per i Wang e gli Han, e il resto, stagione per stagione, sarebbe stato elencato secondo le quote non ancora riscosse da ciascuna famiglia. Non era questione di distribuire oggi e non occuparsene più: fece mettere su una sola riga, per ogni famiglia, quanto versato in origine, quanto riscosso quel giorno e quanto ancora dovuto; chi si fosse trovato qualcosa che non andava lo correggesse in faccia, senza che lei, da sola, esibendo lì dieci tael potesse dirsi di aver chiesto a tutti.
Il padre dei Wang si accigliò: disse di aver mandato la figlia a imparare il teatro, e che se fosse stato solo per riavere due tael, che senso aveva venire oggi vestito a quel modo. Se lei sapeva davvero insegnare — la signorina poco prima non li aveva forse guidati negli esercizi? — come mai tutt'a un tratto si passava alla restituzione; e se insegnava bene, i tre anni scritti sulla carta li riconosceva anche lui, senza che altri decidesse in anticipo per la sua famiglia.
Liu Zhaozhao lo guardò e disse che poteva risparmiarsi, per il momento, quell’appellativo di maestra: quel giorno non aveva accettato di restare a insegnare per tre anni, e che tornasse o meno in futuro, non si potevano far valere quelle poche ore come tre anni interi. Il padre di Wang Que guardò la figlia. Wang Que abbassò la testa, toccò e ritoccò il filo fra i capelli e infine disse che voleva ancora imparare, ma non voleva aspettare altri tre mesi senza nemmeno sapere quando avrebbe potuto davvero vederla.
Parlava lentamente, e il padre stavolta non le tolse più la parola.
Il padre di Han Zhu chiese: se il lavoro residuo era condonato e il suo ragazzo voleva ancora imparare il tamburo, doveva essere scacciato via insieme al resto? Lu Song stava per rispondere, ma Liu parlò prima: quel giorno si discuteva di non essere più incatenati dal vecchio contratto; chi volesse imparare che cosa, dall'indomani in poi doveva intendersela direttamente con lei, e se la cosa riuscisse o no, lei non faceva da garante per un altro maestro. Il padre di Han tacque un momento, poi chiese se il vitto e le vesti già consumati davvero non si sarebbero rivendicati; Tao Sheng, intervenuto da un lato, promise a voce sua che non si sarebbero rivendicati.
Solo allora il padre posò il cappello di paglia accanto alla panca.
La madre di casa Qiu guardò la figlia e Qiu Lian parlò per prima, dicendo che voleva tornare a casa. Non parlò forte e nel cortile c’era molta gente, ma quella frase si udì chiaramente. Le spalle di sua madre si rilassarono piano. Subito dopo tornò a guardare il foglio, temendo che, a rallegrarsi troppo presto, avrebbe dimenticato le domande da fare. Chiese a Lu di rileggere il punto in cui era scritto che, una volta uscite dal recinto l’indomani, non avrebbero potuto richiamarle indietro. Lu lo lesse così com’era, senza spazientirsi per la sua lentezza.
Xiao Li stava accanto a Xia Dian; prima aveva sentito solo cifre d'argento, poi a poco a poco aveva sentito nomi — il suo, quello di Qiu Lian, quello di Wang Que — e il posto, deciso da altri, dove quei tre anni si sarebbero dovuti abitare. Guardò la madre e chiese se, una volta condonato tutto, per venire in quel cortile dovesse comunque prima parlarne con il gestore.
Xia Dian la guardò e rispose che venire a cercare qualcuno, certo, voleva dire farsi annunciare; ma quella storia dell'entrare e dover rimanere altri tre anni, no, non era più così.
La ragazza non sorrise subito. Guardò verso il palco: la lampada era già stata alzata, e accendeva il bordo della cortina rossa come di un colore in più. Più tardi, se davvero avesse potuto camminare da sola, voleva arrivare fin là, e far sapere che anche lei sapeva un poco — non soltanto togliere il proprio nome da sotto un foglio e tornarsene al molo del fiume a fare panieri.
Liu Zhaozhao seguì il suo sguardo e disse a bassa voce che quella sera sarebbe salita lei per prima, e Xiao Li non avrebbe indossato l'abito rosso al suo posto. La ragazza girò il capo e chiese se quell'abito non fosse ancora stato sistemato; Liu rispose che l'abito si poteva modificare un altro giorno, ma se i clienti venivano per il suo nome, quel giorno dovevano prima vedere il suo volto di adesso. Non dette peso negativo a quel desiderio di salire sul palco, e così la luce negli occhi di Xiao Li non si spense del tutto: ritrasse solo, piano, lo sguardo dal proscenio.
Le nuove carte furono lette ancora due volte.
Le quattro famiglie alla fine accettarono il riparto dei dieci tael restituiti subito, e le quote non ancora riscosse da ciascuna furono annotate insieme alle scadenze delle quattro stagioni. I Wang volevano ancora chiedere chi sarebbe andato a sollecitare in futuro; Zou Yu disse che ognuno avrebbe saputo quale stagione non era scaduta e quale era passata, senza che la signorina accorresse ogni anno da fuori per avere infine un foglio leggibile. Le vendite effettive del deposito di legname erano visibili a lui e a Lu, e ne sarebbe rimasta una copia a ogni famiglia: non si anticipava nulla per conto di Tao, né gli si permetteva di cancellare di nascosto una voce approfittando dell'assenza di qualcuno.
Liu Zhaozhao ascoltava, senza estrarsi fuori dalle carte. I suoi dieci tael erano ancora a portata di mano; quella sera vi sarebbero entrati i venti dell'esibizione data di persona, e l'indomani, ovunque avesse abitato, quel pacchetto d'argento non l'avrebbe più seguita indietro. Le famiglie avevano riconosciuto il tutto, ma restava che Tao firmasse, apponesse il sigillo e consegnasse davvero il contante; e questo andava fatto sotto la lampada, perché i clienti, dopo aver sentito dire che era tutto a posto, non se ne andassero mentre le quattro famiglie tornavano a casa con nient'altro che una somma totale che non aveva mai visto l'argento.
Da fuori qualcuno rise e chiese ad alta voce come mai tutta la gente del cortile stesse sotto il portico: quella sera, si veniva a vedere la danza o a riconoscere i parenti? L'ultimo po' di colore sul viso di Tao Sheng parve portato via da quella risata; Liu Zhaozhao alzò gli occhi per prima e rispose da quella parte di attendere un momento: quella sera, incontrate le famiglie, avrebbe detto poche parole, perché tutti non dovessero ascoltare soltanto le belle notizie riferite da altrove.
La voce passò lungo il portico, non alta, ma alcuni tavoli vicini si acquietarono un poco per primi.
Tornò nell’ala occidentale a sistemarsi la veste. Stava per uscire quando la donna che le aveva portato gli abiti arrivò di corsa con in mano il grande fiore di seta. Disse che la signorina se l’era tolto prima e che temeva lo dimenticasse. Con tutte le luci accese quel giorno, ci voleva pur qualcosa tra i capelli. Liu Zhaozhao lo prese, lo tenne un attimo sul palmo e alla fine se lo infilò da sé nello chignon.
Voleva ancora che chi la guardava la trovasse bella. Lo sapeva, e la sua mano smise di fingere che fossero solo gli altri ad acconciarla.
Nello specchio di bronzo il fiore era ancora storto, ma l'abito rosso posato sul suo braccio era vividissimo. Xiao Li passò dalla porta con una ciotola d'acqua tiepida, mandata dalla madre; vedendo che era già pronta, la posò piano sull'angolo del tavolo senza fermarsi ad aspettare un elogio. Liu Zhaozhao spostò la ciotola dal lato dove non era facile rovesciarla e disse di lasciarla: più tardi, scesa dal palco, avrebbe dovuto bere.
La ragazza annuì. Era appena uscita quando Gong, dal portico, chiese se si poteva; Liu Zhaozhao diede un ultimo sguardo allo specchio, strinse bene il ventaglio e rispose a voce sua che sì, si poteva: non cominciare a battere, però, e aspettare che lei chiamasse il suo nome.
Il tintinnio di tazze e bicchieri nel cortile si abbassò a poco a poco. Lei raggiunse la tenda; sotto i piedi le assi erano state spazzate da poco, un piccolo punto che qualcuno aveva criticato era già stato levigato, il ginocchio sinistro invece era quello di prima. Non lo mise alla prova con un'altra piroetta: posò sul tavolo, dove poteva arrivare stendendo la mano, l'involto di stoffa con i dieci tael, perché la lampada lo illuminasse, poi spiegò un poco l'abito rosso e si avviò verso il palco.
· Fine del capitolo ·
Questo libro è stato creato con l'assistenza dell'AI, ampliando 《柳》 di Li Shangyin e il racconto originale di questo sito «Il vecchio abito da danza sotto il salice». Personaggi, luoghi, regole delle compagnie e scene di spettacolo sono interamente inventati; non è una riscrittura della poesia, una ricostruzione di coreografie storiche né una biografia del poeta.
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