Romanzo sulla vita sociale delle donne, ambientato in un'antichità immaginaria
La carrozza è proprio davanti alla porta
Ku Wuji · Creazione con IA · 10963 caratteri · circa 11 minuti
La carrozza era già ferma fuori dal cortile, ma Tao Sheng stava ancora davanti alla porta dell’ala occidentale a chiedere come esattamente la signorina volesse fare il cambio.
Liu Zhaozhao portava la veste rossa sull'avambraccio sinistro, e il ventaglio che teneva in mano non era aperto. Guardò oltre le sue spalle: Lu Song stava scambiando convenevoli con i nuovi venuti, Zou Yu faceva alzare a qualcuno una lampada, perché non la rovesciassero appena scaricata la cassa. Erano arrivate anche le famiglie che avevano portato i bambini; qualcuna non voleva ancora sedersi: prima un'occhiata per vedere dov'era il proprio, che poi, ai tavoli, essendo distanti, non si riconoscerebbe nemmeno una mano tesa.
«Se ne parla nella sala» rispose.
Il viso di Tao Sheng gli si tese, come se temesse che lei si presentasse così davanti agli ospiti. Liu invece passò prima per il corridoio laterale, senza attraversare i tavoli principali e senza mostrare a nessuno la vecchia veste rossa che portava sul braccio. Lui non poté che seguirla; passando dall'uscio disse di servire prima il tè, lui sarebbe tornato in un attimo. Detto questo, si voltò ancora a guardarla, come se, se quell'attimo non la tratteneva, fuori qualcuno avrebbe subito sentito.
Nella sala le lampade non erano tutte accese, e fuori della finestra il giorno conservava ancora un velo. Liu Zhaozhao trasse la borsa di stoffa da dieci tael e la posò sul tavolo. Il pacco cadde con un suono leggerissimo, eppure lo sguardo di Tao Sheng vi si inchiodò di colpo; soltanto quando lei ebbe sciolto il nodo alzò gli occhi e le chiese che cosa stesse facendo.
«I dieci tael che ho portato, restituiti prima alle quattro famiglie» disse.
Tao Sheng non tese la mano.
Seguitò a dire: i venti tael di compenso che le erano stati promessi non occorreva portarli, finito il banchetto, nella sua stanza; quel giorno, dopo la danza, passassero anch'essi nel fondo per il riscatto degli allievi; le quattro famiglie avevano versato in tutto quarantotto tael: dieci li sborsava lei di fatto, e gli altri trentotto lui li scrivesse chiaramente pagabili a trimestre — venti dei quali erano la parte che comunque spettava a lei, e i restanti diciotto non si compensassero più mettendo a fronte vitto e vesti.
Quando disse «trentotto», le dita premettero l'imboccatura della stoffa, perché i piccoli pezzi d'argento non si spargessero tutti sul tavolo. Lei li sapeva contare; temeva che alle orecchie d'altri restassero soltanto dieci, venti, trentotto — una cifra che continua a salire. Chiese a Tao di prendere carta, mettere da una parte le somme versate dalle quattro famiglie e sottrarre voce per voce: che nessuno rispondesse in fretta per finire, alla fine, col ricordarsi soltanto di quanto lei era disposta a mettere.
Tao Sheng alla fine sedette.
Non volle prendere subito il pennello e chiese come si dovesse intendere la clausola che cancellava il periodo di lavoro ancora dovuto. Liu rispose che la dispensa valeva da quella sera e sarebbe stata messa per iscritto per le quattro famiglie. Che venissero in visita, riportassero a casa i ragazzi o decidessero in futuro di far loro fare altro, il vecchio contratto non sarebbe stato fatto valere. Se lui non voleva più insegnare, nessuno l’avrebbe costretto. Chi voleva imparare altro avrebbe poi preso accordi con qualcun altro. Il fatto che il denaro di allora non fosse ancora stato restituito per intero non poteva voler dire che chi se ne andava oggi dovesse tornare domani a completare tre anni di permanenza.
«E i pasti che ho preparato per i bambini?»
«Il mangiato finora non si va a richiedere a loro. Il non mangiato di poi, ancor meno lo si scriva in anticipo come se, fuggendo, si dovesse pagare il doppio.»
Il viso di Tao Sheng si arrossì a poco a poco. Lei non alzava la voce, e proprio per questo ogni frase sembrava lasciargli un vuoto che doveva riempire da sé. Si alzò, fece due passi lungo il tavolo e disse che, se quelle righe si firmavano quella notte, in seguito, in quella strada, la gente avrebbe ricordato soltanto il denaro truffato agli allievi, e chi mai avrebbe più osato posare con animo tranquillo del buon legname da lui?
Liu Zhaozhao lo guardò e disse che anche del suo nome, fuori, si parlava già. Il quattro, andata alla via del Sud, aveva già trovato chi voleva mandarle la nipote; se il diciotto danzava una volta e non chiariva la frase detta prima, l'indomani ne sarebbe arrivata un'altra: si sarebbe forse potuto contare, sul fatto che lei non abitava nel giardino, come se nulla avesse promesso?
Tao Sheng la guardò a lungo. Alla fine indicò fuori dalla porta e chiese chi, se quella gente si fosse alzata a pretendere indietro tutto e quella stessa notte l’avesse inseguito fino al banco, sarebbe stato ancora disposto a dar retta a quell’unico foglio di lei che prevedeva rimborsi di stagione in stagione.
«Per questo bisogna lasciare che siano loro ad ascoltare e a rispondere», disse Liu.
«Solo perché hai tirato fuori dieci liang d’argento puoi dire di sì per tutti?»
La sua mano si fermò sul bordo dell’involto d’argento, poi allentò piano la presa e lei rispose di no. Poteva decidere solo dei suoi dieci liang. Come volessero contribuire le altre famiglie andava discusso davanti a loro, e chi non era d’accordo non poteva essere nascosto dietro un «siamo tutti d’accordo». Detto questo, aprì un po’ di più l’involto. I pezzi d’argento affiorarono, ancora fuori dalla luce della lampada, con un pallore tenue che non li faceva brillare più del solito.
Tao Sheng rimase a guardare e d’un tratto parve stanco. Disse che il giorno prima le aveva chiesto di venire ancora due volte a insegnare e lei aveva rifiutato. Oggi preferiva mettere lì tutti e dieci i liang, come se ogni volta che si era fermata a insegnare loro fosse stata la cosa più penosa del mondo. Nella sua voce c’era risentimento, ma anche qualcosa che davvero non capiva. Liu Zhaozhao si guardò le mani e dopo un po’ rispose che venire a insegnare le aveva fatto piacere. Quel piacere, però, non gli dava il diritto di riscuotere in anticipo altri tre anni la volta seguente.
All'uscio qualcuno bussò: Lu Song aspettava già da un pezzo.
Credeva che i due stessero soltanto ridiscutendo il compenso, e prima esortò: quel giorno gli ospiti erano al completo, le parole, più tardi, con calma. Liu lo fece entrare e gli chiese se non potesse sedersi un poco con Zou: non lo pregava di esborsare l'argento per altri, né di farsi, per il solo gusto di riascoltare una vecchia danza, garante di tutto ciò che riguardava i Tao. Soltanto: nel deposito di legname, d'ora in poi, quale vendita era vera e quale voce doveva prima restituire il materiale avuto a credito — se si voleva stabilire pagamenti alle quattro stagioni, occorreva che nessuna delle due parti spacciasse per denaro contante un foglio non ancora incassato.
Lu Song, sentito questo, non aggiunse altri due vuoti consigli. Chiamò Zou, lasciò prima parlare Tao, ma poi chiese se quei dieci tael fossero proprio di Liu — che domani non si venisse a dire che era il dono di un cliente per tutti, e poi non si volesse riconoscere da dove era uscito il denaro. Liu rispose di sì: li aveva pensati per l'affitto della casa, e li portava ora per il rimborso; non valevano come mancia, per un elogio, a nessuno di loro.
Zou lesse i quattro contratti e, appena aprì bocca, disse che non poteva anticipare lui per Tao. Anch'egli aveva alcuni operai in attesa di lavoro; il materiale dato a credito a Tao non usciva mica da un suo armadio impossibile a vuotarsi. Tao non gli chiese di anticipare; chiese soltanto: se davvero ogni trimestre si doveva dare prima quella somma, come avrebbe più girato, il deposito di legname? Lui rispose che allora bisognava prima smettere di considerare guadagno intero ogni pezzo venduto; c'erano anche le buone sedie e gli oggetti del vecchio palco ancora vendibili a parte, e se l'argento non arriva, si mette in conto come argento non arrivato: non si poteva più parare la cosa con quattro famiglie che non potevano venire a chiedere.
Tao Sheng chinò il capo; le dita gli si sfregarono un momento sull'orlo della manica.
Fuori della finestra qualcuno chiamò ancora il gestore, chiedendo da che parte mettere gli sgabelli alti. Lu Song uscì a dare una disposizione e, al ritorno, spinse indietro di mezzo piede la sedia larga del padre di Tao, perché tutti si raccogliessero attorno allo stesso tavolo. Non sedette su quella sedia, prese uno sgabello comune; e il tono non era già più quello di chi è venuto a chiacchierare davanti a un oggetto antico: chiese subito quanto, per trimestre, si potesse davvero dare — la cifra che quel giorno si era disposti a dire, tre mesi dopo lui sarebbe venuto a chiederla.
Discussero a lungo.
Prima rata otto tael, entro il diciotto dell'undicesimo mese; seconda dieci tael, il diciotto del secondo mese dopo il capodanno; poi due rate da dieci, al quinto e all'ottavo mese: in tutto trentotto. I dieci tael di Liu, consegnati quella notte stessa, senza mescolarli alle rate. Quale famiglia prende per prima quale quota, e quanto ancora le resta dovuto per trimestre, ciascuna doveva sentirlo chiaro e tenersi un foglio: non si consegnava un totale a una di loro perché poi si contendessero da sole chi prima e chi dopo.
Tao Sheng prese finalmente il pennello. Arrivato all’esenzione dal periodo restante, si fermò e chiese se, qualora i clienti non avessero accettato lo spettacolo del diciotto, il compenso potesse ancora essere calcolato come concordato. Liu Zhaozhao si tolse dal braccio l’abito rosso, lo piegò da parte e rispose che quella sera sarebbe salita personalmente sul palco: cantando o danzando, avrebbe dato uno spettacolo che avrebbero potuto vedere con i propri occhi. Aveva promesso di esibirsi di persona e non si sarebbe nascosta dietro la tenda lasciando che una bambina la sostituisse; se i clienti pretendevano proprio l’esibizione dei suoi diciassette anni, dovevano dirglielo in faccia, senza arrivare alla fine per dichiarare che quella quarantaseienne davanti a loro valeva soltanto come presenza.
Lu Song la guardò e accennò piano col capo, senza rispondere «bene» per tutta la sala. Zou disse che, essendo stata invitata lei in persona, quel giorno si scrivesse pure lei in persona: non si lasciasse, alla fine, soltanto il titolo di una vecchia melodia, che chiunque può venire a prendersi e a sostituire. Tao Sheng alzò gli occhi e, alla fine, completò quella riga.
Liu Zhaozhao guardava l'inchiostro posarsi, e il palmo le sudava.
La carta non era ancora argento, né era stata consegnata alle quattro famiglie. Il passo di quel giorno aveva soltanto fatto sì che alcune persone restassero sedute. Lei lo sapeva, e lo sapeva anche Tao. Fuori le risate si facevano sempre più fitte, qualcuno aveva già acceso le lampade e il cielo sprofondava proprio in quella gradazione di buio che da tanti anni le era più familiare.
Spinse la borsa dell'argento verso l'interno e la diede a Zou, perché ne verificasse prima il peso intero. Pesati i dieci tael, ravvolta com'era, la ricevette di nuovo in mano; ma non la nascose contro il corpo. Se quella notte si restituiva, si restituiva davanti a quelle famiglie: non occorreva che Lu e Zou la portassero via prima loro, per raccontare che era tutta un'opera buona attestata dai mercanti. Zou annuì, fece portare una piccola scatola pulita, soltanto per le carte; l'argento restava nelle sue mani.
Quando Tao Sheng posò il pennello, l'inchiostro sulle nocche gli si era già seccato in uno strato. Guardò quei fogli, e soltanto dopo molto disse che, se quella sera c'era davvero ancora una danza da vedere, era meglio che ci fosse davvero: non che gli altri finissero in piedi di chiedere, e restasse infine soltanto un palco vuoto.
Liu Zhaozhao prese la veste rossa e rispose: c'è.
Lo disse piano, senza vigore; nemmeno lei poteva, con quella sola parola, alleggerirsi prima le ginocchia. Uscita dalla sala, si trovò davanti Xia Dian ferma sotto il corridoio: sul vestito aveva polvere di bambù, ma le mani erano lavate pulite. Visto che arrivava, chiese prima da che parte fosse, quel giorno, Xiao Li. Liu indicò dietro il corridoio; poi le disse di avvicinare anche le altre tre famiglie: prima che il banchetto cominciasse, i pochi fogli si leggessero ad alta voce a ciascuna; chi non sapeva leggere ascoltasse in faccia, senza dover aspettare, seduti fino a mezzanotte, di ricevere da una bocca estranea una frase: che era già tutto sistemato per loro.
Xia Dian annuì; vide la veste rossa che lei portava sul braccio e stava per chiedere se, indossata quella, toccasse a lei esibirsi; ma la frase, giunta alle labbra, si fermò davanti al suo viso. Anche Liu Zhaozhao la guardava; nessuna delle due sorrise prima, e Xia Dian alla fine soltanto tese la mano a sollevare il tratto di vecchia cintura che, sotto il suo braccio, quasi toccava terra, perché camminasse più sciolta.
Fuori del portone tornarono a risuonare ruote di carri, e la luce del giorno finalmente si ritirò dalle foglie del salice. Liu Zhaozhao restò un momento sull'uscio: il peso dei dieci tael era ancora nelle sue mani, ma non sembrava già più appartenere soltanto a quella stanza esposta al sole di là da venire.
· Fine del capitolo ·
Questo libro è stato creato con l'assistenza dell'AI, ampliando 《柳》 di Li Shangyin e il racconto originale di questo sito «Il vecchio abito da danza sotto il salice». Personaggi, luoghi, regole delle compagnie e scene di spettacolo sono interamente inventati; non è una riscrittura della poesia, una ricostruzione di coreografie storiche né una biografia del poeta.
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